Quando sarai nel vento

Quando sarai nel vento

Montagne d’Abruzzo. Un luglio particolarmente caldo. Abele si risveglia nella mansarda presa in affitto dai coniugi Hensel, bizzarra coppia di ebrei polacchi, al centro di Assergi. Le funzioni del corpo, dopo il rave a base d’ecstasy della sera precedente, iniziano a riattivarsi e lentamente torna alla realtà. Ricorda come ogni giorno cosa lo attende. Il silenzio immobile, le macerie da cui dopo i crolli la vita sembra essersi dileguata. I cani emaciati e senza nome degli Hensel che si aggirano per la proprietà bevendo da pozze di acqua sporca. Il sapone speciale che sa di alghe giapponesi, di lime, di oceano, con cui Abele cura ogni giorno la sua mano guasta. L’attrezzatura da curling che non tocca da mesi. Un altro dei brevi filmati di Corinne – ecco il numero 998 –, scene semplici in cui la sua gemella sorride, lo guarda, gli soffia un bacio, nella sua magrezza sempre più accentuata. Una nuova planimetria del Nuovo Mondo, il progetto abitativo rivoluzionario della madre, l’unico modo che la donna, affetta dalla sindrome di Asperger, ha trovato per comunicare con lui. Abele ha lasciato la sua casa nel Cilento per lavorare in una stazione meteo semiabbandonata sul Gran Sasso – questa è la sua “principale identità, geologo, specializzato nello studio dei venti” – e alla tesi di dottorato che va a rilento. Ogni tanto cammina tra le rovine, scatta foto col suo iPhone. Si sdraia sull’erba e ascolta con lo stetoscopio elettronico attraverso il silenzio, cercando di carpire i rumori della terra. Qualche volta incontra Livio, uomo dalla “garbata omosessualità”, offre l’orecchio e la spalla alle sue pene d’amore. E poi c’è Marlena dai capelli “di zucchero”, incapace di sottrarsi ad una relazione violenta…

A sette anni dall’esordio come romanziere con La notte dei petali bianchi, il salentino classe ‘78 Gianfranco Di Fiore dà alle stampe la sua seconda prova letteraria. Un progetto dalle dimensioni considerevoli – cinquecento pagine che da principio incutono non poca soggezione –, ambizioso, denso. Alla base di Quando sarai nel vento ci sono, come ha dichiarato l’autore, una gestazione di sei anni, l’idea di riunire in un’unica storia tutti i luoghi della sua famiglia – sparsa tra Italia, Argentina, Stati Uniti e Francia –, viaggi di ricerca per ricostruirne con esattezza le fisionomie. Il romanzo trova il suo epicentro in Abele, giovanissimo studioso dei venti alle prese con una profonda crisi. Una sorta di stasi emotiva, stretta tra assenze dolorose, presenze perturbanti, un passato di mancanze. L’input per ripartire verrà proprio dal passato: la ricerca di un padre mai conosciuto, in mano solo un indirizzo oltreoceano ed un nome, sarà l’occasione per compiere un viaggio, un percorso di autoconsapevolezza e rinascita. “Sulle spalle avvertivo tutto il peso del mondo e una mancanza che rischiava di farmi precipitare da me stesso”. Questa la condizione di Abele, una sensazione terribilmente familiare che si configura come assoluta presenza e assoluta assenza ad un tempo, come sensibile percezione di “ogni minima mutazione” del mondo e di se stessi e impossibilità di comunicarla appieno. La vicenda interiore di Abele trova speculare corrispondenza nelle ambientazioni – Assergi, New York, Buenos Aires, Parigi, il familiare Cilento – che Di Fiore, complice l’esperienza maturata in campo cinematografico, rende suggestive coprotagoniste, giocando con una particolare commistione di (iper)realismo e di un certo quid distopico, straniante – simbolicamente rappresentato dall’assurdo leit motiv di un mondo senza vento. Quel che lascia davvero il segno, tuttavia, è la sorprendente, personalissima cifra stilistica: l’autore trova nella parola ricercata, studiata con attenzione, pregna di significato, uno strumento privilegiato di analisi della realtà. Il suo è un linguaggio corposo ma fluido, elegante e ritmato, tendente ad un’intrinseca armoniosità del periodo – fruttuoso retaggio della formazione musicale dell’autore. Niente è lasciato al caso, nessun dettaglio è fine a se stesso mentre Di Fiore compone, chirurgo dell’animo e del mondo intento a svelare quelle “macerie dentro e fuori” che tutti, ciascuno a suo modo, conosciamo: “Non c’era alcun vento da ricercare, perché le tempeste e i vortici che bisognava affrontare – per uscirne vivi e migliori – erano disseminati dentro di noi”.



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