Quando siete felici fateci caso

Quando siete felici fateci caso

“Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon – non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio […] Perciò a me sembra abbastanza probabile che i giovani di oggi negli Stati Uniti d’America non siano effettivamente apatici, ma lo sembrino soltanto alla gente che è abituata ad arrivare all’estasi attraverso l’odio”. È solo uno stralcio di uno dei nove commencement speech tenuti da Kurt Vonnegut jr. tra il 1978 e il 2004, raccolti da minimum fax (qui in edizione molto ampliata rispetto a quella di un paio d’anni fa) con un’interessante prefazione di Dan Wakenfield, amico ed anche curatore ed editore delle Lettere scritte da Vonnegut e racchiuse in un volume pubblicato postumo. Piccoli discorsi per i diplomi di laurea, sulla strada già battuta da altri scrittori famosi – uno su tutti, David Foster Wallace – che hanno la particolarità di essere unici, non un testo standard buono per tutte le occasioni. “Vonnegut”, ricorda l’amico, “portava sempre qualcosa di appena sfornato, tirava fuori nuove idee, nuovi aneddoti, nuove fonti di ilarità e provocazioni su cui riflettere”...

In questi nove discorsi c’è tutto il Vonnegut jr. che conosciamo e che amiamo; c’è la consapevolezza che l’umanità ha ancora tanta strada da fare per quanto riguarda compassione e condivisione e che tutto continuerà ad andare storto finché si ubbidirà ancora all’imperativo categorico “Occhio per occhio, dente per dente” che ci portiamo dietro dai tempi del Codice di Hammurabi; c’è la preoccupazione per la sorte della Terra (“Abbiamo ferito a morte questo bel pianeta, l’unico in tutta la Via Lattea capace di sostenere la vita”); ma c’è anche tanta fiducia nelle nuove generazioni, che lo scrittore esorta a non mollare (“[...]vi consiglio di proporvi come obiettivo quello di prendere una piccola parte del pianeta e metterla in ordine, rendendola sicura, sana di mente e onesta. C’è un sacco di pulizia da fare. C’è un sacco di ricostruzione da fare, sia a livello spirituale che materiale”). E soprattutto c’è – in questi scritti brillanti, ricchi di aforismi, di aneddoti e di momenti di pura comicità – un invito potente a vivere il presente, a saper riconoscere la felicità quando arriva, improvvisamente, spesso nascosta nelle piccole cose (“Bere un bicchiere di limonata all’ombra di un albero, magari, o sentire il profumo di una panetteria, o andare a pesca, o sentire la musica che esce da una sala da concerti standosene fuori al buio, oppure, oserei dire, l’attimo dopo un bacio […] Cosa c’è di più bello di questo?”). E se lo dice un uomo che ha partecipato alla battaglia delle Ardenne, che è scampato al bombardamento di Dresda, che ha ricevuto la fama solo a quarantasette anni dopo aver sbarcato il lunario per mantenere i suoi tre figli e gli altri tre della sorella morta a quarantun anni di cancro (il giorno dopo che il marito era rimasto ucciso perché il treno di pendolari su cui viaggiava era precipitato da un ponte), beh, direi che possiamo credergli! E possiamo anche ogni tanto rileggerci queste piccole ricette per essere felici e contrastare l’odio di cui si nutre ancora questa nostra società; tenendo sempre a mente il Discorso della montagna di Gesù Cristo, che Vonnegut da buon ateo ha tradotto così: ”Di regola, io ne conosco una sola: bisogna essere buoni, cazzo!”.



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