Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard

Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard
E' solo questione di tempo - il piccolo Said lo sa bene - prima che la grande Rivoluzione Comunista vinca anche negli Stati Uniti d'America. Nel frattempo, come gli dice sempre sua madre, bisogna darsi da fare e lavorare sodo. Così il piccolo Said e sua madre vanno a vendere il giornale del partito agli angoli delle strade, partecipano alle assemblee e alle manifestazioni. La vita del rivoluzionario non è facile, e comporta anche una vita di stenti e di sacrifici. Come non mangiare più nemmeno un chicco d'uva per sostenere lo sciopero dei contadini, anche se non è sempre facile resistere alla tentazione. Ma Said tiene duro (o quasi), non può tradire l'esempio di suo padre che è in giro per il mondo a combattere per la Rivoluzione, ogni tanto gli manda una cartolina da un posto diverso e “il piccolo rivoluzionario”, come lo chiamano tutti, se lo immagina mentre combatte o mentre fa un discorso alla folla, meglio di Che Guevara e Fidel Castro messi insieme. Solo quando passa davanti al negozio che vende gli skateboard Said ha qualche momento di debolezza, ma se adesso non può permettersi di comprarne uno sua madre lo rassicura che quando verrà la rivoluzione tutti avranno lo skateboard...
Che i comunisti facciano sempre la figura degli sfigati e degli emarginati ormai è diventato un luogo comune, ma i luoghi comuni - si sa - nascondono sempre un fondo di verità. E allora immaginate che cosa significasse essere comunisti negli Stati Uniti d'America degli anni '70, quando c'era ancora la segregazione razziale, quando il presidente era Nixon, durante la crisi degli ostaggi americani in Iran e la rivoluzione khomeinista. L'autore di Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard ce lo racconta dal punto di vista di un bambino, il piccolo Said, nato da padre iraniano e mamma americana. Il romanzo, dichiaratamente autobiografico, piuttosto che una vera e propria trama ha una struttura per episodi (quasi dei racconti a se stanti) dove lo scrittore ormai trentenne racconta com'è cresciuto diviso tra la tentazione che i beni di consumo “imperialisti” (merendine e scarpe firmate) hanno esercitato su di lui, e lo yogurt con le carote che la mamma gli comprava. Un percorso dall'infanzia all'adolescenza caratterizzato dalla consapevolezza di essere diverso da tutti gli altri bambini, e anche un po' speciale. Una condizione non sempre facile che ancora una volta lo spacca a metà, tra l'orgoglio che prova davanti a sua madre o durante i raduni del partito, e la vergogna di fronte agli altri bambini che lo prendono in giro e lo spingono, quando è solo nella sua stanza, a nascondere le foto e le lettere di suo padre nel cassetto insieme ai calzini. Il racconto procede in prima persona passando continuamente dalla storia del Said trentenne a quella del Said bambino, con uno stile leggero e divertente che ci mostra, con ironico distacco, la bizzarra e ingenua perseveranza di questi americani comunisti e rivoluzionari. Sotto la prosa di Said Sayrafiezadeh si percepisce una punta di rabbia e di commiserazione per quei “compagni” che lo hanno accompagnato per tanto tempo durante la sua infanzia, e non sempre attraverso esperienze facili. In fondo Said la rivoluzione la voleva davvero, e non per un particolare attaccamento alla causa comunista ma perché, in fondo, sperava che dopo la vittoria suo padre sarebbe passato dal mito alla realtà. Ma le rivoluzioni, quasi sempre, rimangono dei sogni.

 

 

 

 
 
 
 
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