Quartiere non è un quartiere

Quartiere non è un quartiere
“Quartiere” non è il quartiere di una città ma un paesino. Per la precisione una frazione di Portomaggiore, in provincia di Ferrara. C’è un narratore che cerca di “fotografarlo” negli anni del suo passato, e per fotografarlo si fa “portare su da Annibale, in deltaplano”. Le fotografie poi sono varie: si passa dalle passeggiate in bicicletta, un paese osservato da dietro la zanzariera, case popolari, case coloniche, chiese, adolescenti che giocano a pallacanestro, ragazze emiliane, gare di salti del fosso e vecchi cinema, vecchi film e vecchie canzoni. Ma soprattutto c’è una nonna, un personaggio notevole che sembra non poter morire, una di quelle nonne che “restano con noi più dei nostri genitori, come se si dovesse saltare una generazione, un fosso, per capire cos’è una radice, una terra, una patria”…
Con Quartiere non è un quartiere Luciano Curreri rievoca e fa rivivere brevi sketch memoriali della sua infanzia e adolescenza, ricrea atmosfere di un’Italia passata che sembra essere lo scenario di una favola o di una leggenda epica, tanto lontana appare rispetto alla realtà odierna. Eppure chi ha avuto una nonna o un nonno come Dolene sa perfettamente che si tratta di un mondo reale, persino più reale del normale significato che attribuiamo normalmente al termine. Un mondo fatto di valori autentici e di un dialogo mai scontato o banale, una vita caratterizzata da una leggerezza e da una semplicità che ad un tempo cela situazioni difficili, malcontento e volontà di migliorare e di cambiare. Curreri fotografa prima dall’alto e poi, come ammette la voce narrante del libro, dal basso concreto della terra, per poi rialzarsi di nuovo. E le fotografie prendono dunque vita, iniziano un movimento cinematico che riesce a far visualizzare tutto al lettore, e a farlo entrare sensorialmente nelle storie mentre resta avvinghiato tra le parole e le pagine. Quelle di Curreri sono parole semplicissime ma nascondono senza dubbio una ricerca molto preziosa, essendo infatti “semplici” esattamente come le esperienze narrate e dunque, allo stesso tempo, anche molto complesse, celando cioè una lunga serie di messaggi universali. La scrittura della memoria, mimetica dunque con il suo contenuto, è affidata a uno stile essenziale, razionale e ragionato, il quale, nella sua poeticità, non scade mai nel melenso o nel nostalgico melodrammatico ma rimane sempre pregno di ironia e di lucida autoconsapevolezza. Si tratta dunque di una scrittura estremamente leggera ma anche estremamente cerebrale, così come è evidenziato dai riferimenti metanarrativi contenuti nel  capitolo “Come in un saggio che avrei sempre voluto scrivere”: la volontà di restituire e tutelare il “respiro” delle persone importanti, in un libro che non prevede “nessuno sviluppo di snodi narrativi”.

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