Quasi perfetto

Quasi perfetto
Un delitto perfetto, quasi perfetto. E un’accusa agghiacciante, senza possibilità di replica: “L’avevi già pianificato anni fa. Ogni dettaglio. Un delitto perfetto, mamma”. C’è un figlio, Peque, che pronuncia quest’accusa definitiva, e se ne va. C’è una vittima, un famoso matematico e grande conferenziere, padre due volte - di Xan, il maggiore, e di Peque, appunto, il secondogenito - con un matrimonio alle spalle e tante altre storie e storielle che ha collezionato già dall’epoca del matrimonio, quando teneva la sua documentazione da traditore seriale in un cassetto del suo studio nell’elegante appartamento in una zona altoborghese di Madrid. E soprattutto c’è una madre, che si trova a dover fare i conti con questa accusa, a fare i conti con un figlio che è arrivato a pensarla e a pronunciarla. Una madre che di fronte ad essa non può che fare l’unica cosa che sa fare, che ha sempre fatto. Scrivere. Ma stavolta non è un saggio, non è un romanzo come i tanti che ha scritto con discreto successo ed assoluta dedizione. È una lettera, una lunga ed intima lettera indirizzata al figlio-accusatore. Non certo per discolparsi dall’accusa di aver progettato l’omicidio del suo ex-marito, dato che i sospetti sono già stati presi in esame e confutati da un processo. Ma per tentare di recuperare un rapporto col figlio secondogenito, il suo affetto, e, se possibile, il suo amore. Cos’è successo tra madre e figlio? A che punto qualcosa è andato storto? A ritroso, seguendo le regole illogiche della memoria, Ana torna a sondare la separazione dal marito, le differenze evidentissime tra Xan e Peque, i tradimenti (in particolare Susana, ancora così maledettamente presente nelle loro vite), le sue successive relazioni, ma soprattutto una serie di piccoli eventi, apparentemente di poco valore: una maglietta rovinata dalle spine dei fichi d’india, una foto strappata, un maglione mai fatto, un burattino rotto. Piccoli equivoci, piccoli errori, malintesi, sviste, cose non dette o dette male...
Autrice di saggi e romanzi conosciuta e apprezzata in Spagna, nonché vincitrice e di diversi premi letterari, in questo suo ultimo lavoro Marina Mayoral riesce a comporre una serie di elementi unificandoli tra loro in una prosa limpida, quasi trasparente, che indaga il profondo dei personaggi con minuzia ed insieme estrema eleganza: elementi quali la forma totalmente epistolare del romanzo - un’unica lunga lettera - il giallo di un omicidio e i sospetti di colpevolezza, la riflessione intimista e sentimentale sui rapporti familiari, sull’amore tra genitori e figli, figli e genitori, un amore in fondo anch’esso soggetto ad affinità elettive (“E tuo padre cosa ti ha dato perché lo adorassi? Cos’ha fatto lui per te che io non abbia fatto? Forse è questo il punto, che l’amore non si guadagna e non si merita. È un dono che a qualcuno si concede e altri no”), ma senza la volubilità dell’amore passionale (“Ma quando una madre dice sempre significa sempre, cioè oltre ogni limite, nei tempi dei tempi, in qualsiasi circostanza, accada quel che accada”). Il romanzo si apre con un giallo e il richiamo ad un delitto, ma il territorio d’indagine è quello di un’intima analisi degli affetti, un’auto-investigazione dove si ripercorrono con la memoria testimonianze, confessioni, indizi, senza però trovare schiaccianti prove di colpevolezza, a meno che non si voglia ritenere una colpa il fatto che ognuno osservi la realtà con una propria lente e “mai, o quasi mai, vediamo la realtà in modo innocente, puro, senza pregiudizi o schermi che deformino la nostra visione”. Tutto ciò a maggior ragione per la protagonista, che è “guercia e storpia” dalla nascita, quasi che l’autrice volesse dare una causa fisica alle sviste e agli inciampi nei rapporti umani, anche in quelli più profondi e viscerali. Ed infine, collante di questa lettera di investigazione affettiva, sono la passione e la vocazione per la letteratura, che in fondo non fa che esemplificare e amplificare queste dinamiche di ingovernabilità degli affetti: “io non decido ciò che fanno i miei personaggi, agiscono per conto loro. C’è un momento nel quale il personaggio si mette a fare quello che gli pare e non ciò che l’autore precedentemente aveva pensato che potesse o dovesse fare. E tutti dicono che bisogna rispettare la volontà del personaggio”. Come per un figlio.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER