Quattro giorni per non morire

Quattro giorni per non morire
1989. Gregorio detto Colibrì e Leo, due giovani liguri appassionati di archeologia, si muovono tra Bolivia e Perù alla ricerca di siti archeologici intatti, sospesi tra sete di conoscenza e avidità, tra antiche iscrizioni inspiegabilmente diffuse in tutto il mondo e fantasticherie sul business della cocaina. 2000. Leo è scomparso da anni, forse morto. Gregorio è in carcere per spaccio internazionale di stupefacenti, ma quando la madre muore gli viene concesso un permesso di quattro giorni. Il ritorno al paese natale per il funerale è anche l'occasione per fare visita al fratello, così diverso da lui, per raccogliere lontane, confuse notizie sul destino di Leo, e per organizzare una fuga in Messico per farsi visitare dal dottor McLinch, l'unico al mondo in grado di guarire una perniciosa forma di malaria contratta tanti anni prima in Guatemala...
Se Pavese (se Fenoglio, se Tabucchi, se Calvino, se...) avesse scritto noir, l'avrebbe fatto così. Voglio dire che nel sorprendente romanzo di Magliani - che tiene a battesimo Spore, una nuova collana di narrativa Sironi - il plot 'nero' sembra essere solo un pretesto, anzi un incidente, se non un intralcio. Il cuore della narrazione è infatti il ritorno a casa del protagonista, il suo andare incontro dopo tanti anni e tante peregrinazioni alla madre/Liguria. Ulivi, pietre, rughe, odore di pane e lenzuola, rimpianti e ricordi. Ciononostante, dal miglior noir Quattro giorni per non morire mutua (chissà, forse quasi controvoglia) il ritmo, il senso di angoscia incombente, la tersa, scarnificata sobrietà. Per non parlare delle allusioni all'archeologia precolombiana, così deliziosamente fuori sincrono rispetto al fluire della narrazione. Un vero gioiello inatteso, lontano da mode e manierismi quanto Fontanelle da Tiahuanaco.

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