Queer city

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Un tempo era un lemma utilizzato con un’accezione esclusivamente negativa, oggi invece è diventato addirittura il termine d’elezione in ambito accademico per indicare quella che attualmente è una vera e propria materia di studio nei più vari settori, a partire da quello artistico e letterario, ovvero l’omosessualità: la parola queer si è dunque evoluta, così come la società. Gay, viceversa, è vocabolo sulle cui origini non si è certi; forse deriva dal provenzale, dal gotico o dal franco, con i significati rispettivamente di gioioso o pieno di vita, impetuoso o veloce: in generale, comunque, si fa riferimento all’idea del divertimento sfrenato. Se poi sodomy, sin dall’undicesimo secolo, viene associato ad adulteri, blasfemi, idolatri, ribelli ed eretici, per questi ultimi ‒ specie se albigesi, di natali bulgari ‒ si adoperava anche la parola bugger, da cui pure l’italiano buggerare, anticamente usato per indicare l’azione della penetrazione per via anale: ingle è dal canto suo il cosiddetto ragazzo depravato, mentre il pathic è il passivo, l’unico penalmente perseguibile (sebbene non abbia bisogno di per sé di essere eccitato), in verità per uno stigma più sociale che sessuale, perché è un deviato che non adempie ai suoi doveri sociali, un’anomalia…

Prosatore, poeta, critico, biografo di, tra gli altri, Blake, Dickens, Eliot e More, membro della Royal Society of Literature e dell’ordine dell’impero britannico, legato per quasi tre lustri a Brian Kuhn, ballerino conosciuto mentre si trovava a Yale e morto di AIDS nel 1994, Peter Ackroyd, da sempre assai interessato alla storia in generale e in particolare a quella di Londra, ne racconta una versione a molti ignota. In maniera brillante, intelligente, profonda e irriverente, grazie a una prosa frizzante e raffinata e a una solidissima struttura che affonda le sue radici in una ricerca per nulla superficiale. Del resto nella stessa Inghilterra l’omosessualità per lungo tempo è stata ferocemente condannata; si pensi a quanto accaduto ad Alan Turing, che col suo genio ha salvato il mondo dal nazismo ma non gli è stato perdonato il fatto che gli piacessero gli uomini: ostracizzato e castrato, è stato indotto al suicidio con una mela avvelenata, come Biancaneve. Corredato anche da immagini bellissime di vasi greci, ritratti di capi sassoni (la loro cultura era fortemente omoerotica), vedute di Londra in varie epoche, affreschi che rappresentano Guglielmo II il Rosso, celebre per la sua corte di soli gay e le orge con giovani uomini, effigi di templari, regolarmente accusati di sodomia e per questo banditi dal regno d’Inghilterra, cartine della capitale britannica prima del grande incendio, per il quale da alcuni sacerdoti e predicatori fu data la colpa al dilagare delle pratiche sessuali omoerotiche tra i letterati e i nobili della città, e molto altro ancora, l’ampio testo, che affronta anche gli aspetti più drammatici della questione dell’omosessualità nella cosiddetta algida Albione, e in particolare nella sua più importante metropoli, attraversando tutta la storia, dall’epoca dei celti, dei vichinghi e dei romani fino alla contemporaneità, per certi versi molto meno liberale di tante epoche remote, passando per il medioevo, il regno di Edoardo II, durante il quale ebbe luogo la prima storia d’amore gay d’Inghilterra, e le epoche di Giacomo I, Bacone, Cromwell, Pepys, l’illuminismo e il romanticismo, racconta, come si suol dire, tutto quello che si sarebbe voluto sapere e non si è mai osato chiedere.



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