Quel che resta del giorno

Quel che resta del giorno
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Estate 1956, Inghilterra. Stevens non ha mai lasciato Darlington Hall per così tanto tempo. Figlio di un maggiordomo, lavora anche lui come maggiordomo da una vita, prima a servizio di Lord Darlington e solo successivamente del nuovo proprietario della grande villa, l’americano Mr. Farraday. È quest’ultimo che invita l’anziano dipendente a farsi un viaggio, approfittando di un suo rientro per qualche mese negli Usa. “Spero sia chiaro Stevens che non mi aspetto che te ne rimanga chiuso in questa casa per tutto il tempo in cui starò via. Perché non prendi la macchina e non te ne vai a fare un giro, per qualche giorno? A vederti hai tutta l’aria di uno che ha bisogno di una vacanza”. Stevens riflette, non è da lui. Ma alla fine decide di raccogliere questo consiglio e di mettersi in macchina verso la Cornovaglia. È l’occasione per visitare Miss Kenton che in passato era stata governante nella prestigiosa magione e che ora si è sposata e trasferita là. Stevens però è convinto che dovrebbe tornare a Darlington Hall a far parte del personale di servizio. Chissà non riesca a convincerla, pensa. Stevens, sempre irreprensibile, più simile a un soldato che a un maggiordomo, ritiene che insita nella sua mansione ci sia un’etica, una devozione dalla quale mai ci si deve allontanare. Talmente ligio al lavoro da soffocare qualsivoglia sentimento, era stato capace perfino di trattenersi dal pianto alla morte di suo padre: non solo, informato del decesso, non interruppe nemmeno il servizio perché troppo impegnato in un sontuoso banchetto di Lord Darlington. In macchina verso la Cornovaglia, Stevens ha l’occasione per ripensare a questo e a tanti altri momenti della sua vita, per riflettere sul suo rapporto con Miss Kenton, per ragionare su Lord Darlington e le tante persone passate per la magione in quegli anni; ricevimenti, convegni, in cui spesso e volentieri comparvero personaggi rivelatisi poi chiave all’interno della Germania hitleriana. Con questo viaggio Stevens fa i conti col suo passato. Lui, che del suo datore di lavoro ha sempre giustificato ogni atteggiamento. Lo ha sempre compreso o si è forse imposto di comprenderlo. Forse però ha fatto finta di non vedere, ha volutamente ignorato, la sua decisa simpatia per ciò che si è rivelato il più crudele abominio della storia contemporanea, il nazismo…

Quel che resta del giorno è forse il romanzo più famoso dello scrittore Nobel per la Letteratura 2017 Kazuo Ishiguro. Da questo libro James Ivory ha tratto anche l’omonimo film uscito nel 1993, 8 nominations agli Oscar, con un magistrale Anthony Hopkins nei panni del maggiordomo Stevens, Christophr Reeve in quelli di Mr. Farraday e Emma Thompson in quelli di Miss Kenton. Un viaggio in auto nella campagna inglese si trasforma, per l’anziano maggiordomo protagonista del libro, in un viaggio dentro sé stesso, profondo quanto doloroso: un percorso a ritroso nei ricordi per scardinare convinzioni e scoprire, amaramente, di aver sacrificato la propria felicità a un ideale astratto e sterile. Ishiguro, giapponese di nascita ma britannico di formazione, scrive da europeo ma non tralascia un insieme di valori tutto nipponico, basato su un senso del dovere stoico e un approccio freddo e distaccato al mondo e alle relazioni. Un’etica militaresca, che però finisce per renderle il protagonista del volume incapace di provare qualcosa, così arido e distaccato da uccidere sul nascere un amore. Stevens è affetto da una sorta di “autismo” sentimentale: una patologia che riesce a riconoscere solo nel crepuscolo della sua vita, dopo aver abbandonato, anche se per poco, i panni dell’irreprensibile maggiordomo. Sullo sfondo di questo viaggio nella memoria, c’è un’Europa in cui si addensano le nubi della Seconda Guerra Mondiale. Lord Darlington è connivente con il male, in un modo che all’inizio sembra quasi innocente. L’atrocità ha i volti compiacenti di ospiti pomposi. I banchetti nella bella dimora sono ammantati da quella “banalità del male” di cui scrisse Hannah Arendt: quella normalità, quella mediocrità, che ha caratterizzato anche tanti gerarchi nazisti, Eichmann in primis, come raccontò nel suo celebre saggio descrivendo il processo di cui fu protagonista. In un certo senso anche in questo romanzo il male è banale. È dietro l’angolo, è nascosto in una camera degli ospiti. E è facile, per Stevens, fare finta di non vederlo, in nome della devozione al lavoro. È una quotidianità crudele quella che emerge via via che si prosegue la lettura. Mai come di questo romanzo possiamo dire che rappresenta in toto l’espressione con cui l’accademia svedese ha motivato il premio Nobel: perchè Ishiguro “in romanzi di grande forza emotiva ha scoperto l’abisso nascosto dietro il nostro illusorio senso di connessione col mondo”.



 

 

 

 
 
 
 

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