Quel millenovecento69

Quel millenovecento69

1969, metà giugno. È una mattinata calda ma con una tramontana vibrante e pungente. Pino Rausa è un docente di educazione fisica che dopo anni di supplenze assegnate a spizzichi e bocconi un po’ ovunque nella sua provincia ha raggiunto l’agognato posto fisso, e ora si è piazzato nella scuola media del suo paesino, al sud del Sud. Non sempre però quello stipendio, che a dire il vero il Rausa suda ben poco, è pienamente soddisfacente, e allora ha iniziato ad arrotondare avviando una ditta che commercia bibite e birra in tutto il circondario. Ed è proprio il pensiero di come mandare avanti la sua ditta a turbarlo e preoccuparlo in questa calda mattinata di inizio estate del 1969. Il giovane che lavorava per lui e guidava l’ape, distribuendo a tutti i clienti i vari prodotti, lo ha abbandonato su due piedi: causa di forza maggiore, gli tocca fare il militare, e – per fortuna, o purtroppo, a seconda dei punti di vista – è sano come un pesce e non ha modo di sfuggire alle forche caudine della leva. E ora? Che fare? Pino Rausa è alla ricerca di un giovanotto da prendere a bottega per l’estate, stagione in cui per ovvi motivi la domanda di bibite fresche si impenna e nella quale è necessario rifornire anche tutti i chioschi delle località marine, con beneficio notevole per le casse della ditta. Il caso vuole che l’occhio del Professò cada su una figura a lui ben nota: Petrachi Luigi, anni quattordici, un metro e sessantatré per quarantotto chili, lo ha avuto come allievo. Eccolo, è perfetto! Lu Luigi è in motorino, seduto dietro a un suo amico e probabilmente in cerca di caruse col suo sguardo vivace, finalmente libero dalla scuola che ha finito da poco, in attesa di decidere se continuare con le superiori o se andare a imparare un mestiere. Il Professò scende dalla sua utilitaria e quasi lo placca, il motorino si ferma. Che ne dice di andare a lavorare da lui? Il ragazzo sembra entusiasta, raggranellare un po’ di soldi per potersi permettere finalmente un suo motorino gli sembra un’ottima opportunità, per lui che ha i genitori all’estero per lavoro e che vive con la zia può essere una svolta, e allora dà la sua piena disponibilità al Professò…

Giuseppe Resta è architetto progettista, e si è formato e ha vissuto a lungo a Firenze prima di tornare nel Salento. Malgrado ciò, la scrittura è da sempre per lui veicolo importante: che si tratti di guide turistiche ed enogastronomiche o libri di storia dell’architettura, di articoli su riviste locali o di narrativa pura, la differenza è quasi nulla. Quel millenovecento69 è il suo primo romanzo, anche se viene dopo una raccolta di racconti uscita nel 2012. Abbiamo cercato, per brevità e per l’impossibilità di condensare una trama in poche righe, di dare giusto qualche indicazione sommaria sul contenuto. Quello che però può essere interessante è precisare che la calda estate del 1969, oltre a essere torrida dal punto di vista climatico, segna anche lo spartiacque nella vita sentimentale de Lu Luigi, che risulta diviso fra la naturale pulsione verso le sue coetanee e il molto letterario innamoramento verso la moglie del suo datore di lavoro, Carmen, detta “la Bonazza”, quasi una Malena di tornatoriana memoria, autentica femme fatale che fa girare la testa a tutti i maschi del paesello. Lu Luigi è un ragazzino come tanti, una figura ricca di dettagli e peculiarità, ma allo stesso tempo quasi archetipica, con caratteristiche rintracciabili negli adolescenti di ogni tempo. La sua “educazione sentimentale”, che viene avviata sotto lo sguardo vigile del barista-filosofo Lu Domenico, attinge a fonti letterarie colte e facilmente ravvisabili. Quello che emerge è piuttosto l’urgenza di non raccontare solo le sue vicende, che sono in un certo senso il piacevole contorno, ma le vicende di quell’anno, il vero protagonista del romanzo. Romanzo, a dirla tutta, che è una definizione di comodo, dato che per stessa ammissione dell’autore il libro ha finalità quasi divulgative se non addirittura di critica sociale e analisi del costume. Oltre ai riferimenti letterari, Resta da quasi semiologo si serve con disinvoltura di quei linguaggi che in quegli anni nascevano e si sviluppavano in maniera decisiva, e dunque la tv ma anche la musica (quella italiana e quella estera, che spesso “al sud del sud” veniva importata svariati anni dopo), e soprattutto la pubblicità, masticata e risputata con tutti gli slogan martellanti e indimenticabili che cominciavano a fare capolino nella comunicazione. Non solo questo, ma anche un’attenzione – da architetto, e si vede – all’urbanistica e ai cambiamenti che il boom economico ha portato alla conformazione dei paesini del sud, all’evolversi dell’economia, delle mode, dei consumi di una società ancora agricola che si affacciava con netto ritardo al benessere. Il tutto senza rinunciare all’ironia e ad aneddoti piacevolissimi. Insomma, se lo chiamiamo romanzo è solo un’approssimazione: e per difetto.



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