Quella luce negli occhi

Quella luce negli occhi
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I non morti ritornano a ciò che gli è familiare: te li puoi ritrovare intorno alla loro vecchia casa, al posto di lavoro, al McDonald’s, al supermercato di quartiere. Gli studi di laboratorio hanno dimostrato che i bulbi oculari degli infetti, seppur gravemente compromessi, sono sensibili a luce e movimento; ma non è chiaro se a questo corrisponde o meno una consapevolezza residua. È per questo che il governo li stipa nei centri di quarantena e che è illegale ucciderli – se non in caso di pericolo di vita. Ed è per questo che ogni giorno Michael accompagna Matt alla ricerca del padre, ripercorrendo le poche tappe della vita del signor Mazoch. Forse Michael riuscirebbe davvero a ucciderlo: è convinto che i non morti non provino nulla, mentre Michael crede che siano solo anestetizzati, come chi si ritrova con un piede addormentato. Intanto, nella Louisiana post epidemia, Michael e Rachel iniziano a rivivere una vita in cui la morte sembra lontana… quante sono ormai le possibilità di incontrare un infetto? E quante che i 40.000 infetti di Baton Rouge vengano liberati da un uragano? E ucciderli sarebbe eutanasia, genocidio o una necessità?

Quella luce negli occhi ha sicuramente un grande pregio: usa gli zombie, le creature del genere Horror più abusate del momento, per raccontare la difficoltà di elaborare il lutto e la morte, e lo fa con intelligenza. C’è il lutto, dunque, nel romanzo di Sims, ma anche lo stress post traumatico, la difficoltà a riprendere una vita relativamente normale quando si ha la morte tenuta in quarantena vicino casa. Si potrebbe anche trovare una chiave di lettura politica in tutto questo, in un mondo che deve riadattarsi a un male che non conosceva… che cerca di tenere gli infetti a una minima distanza di sicurezza, mettendoli in stand by, senza sapere se esiste una cura o meno. Quella luce negli occhi è certamente un romanzo ben scritto e interessante, non è però un romanzo d’azione, e di fatto nei sette giorni che scandiscono la narrazione non succede granché: i personaggi sono più impegnati a ritrovare un proprio posto nel mondo che a difendersi da eventuali non morti. D’altronde, come ricorda Rachel a Micheal, le possibilità di incontrare un infetto sono ormai trascurabili… ma c’è la paura degli infetti, quel senso di sospensione, di catastrofe imminente, che grava sopra questi tentativi di ricostruirsi una vita, o almeno di accettare quella in cui si trovano. Due panini, ma vicino ai tre.



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