Quella mattina di luglio

Quella mattina di luglio

Roma, 19 luglio 1943, Via dei Reti, San Lorenzo. In un casermone popolare giace il cadavere di una povera ragazza con un proiettile sotto l’orecchio ed uno alla nuca. È Franca Gandolfo, di 23 anni, prostituta. Ad indagare sull’omicidio c’è il commissario Flaminio Prati, 33 anni, un matrimonio infelice ed una vita solitaria. In un attimo accade l’impensabile: la Città Eterna e con lei l’edificio con il cadavere, viene colta da un massiccio bombardamento che assale l’Urbe fino ad allora ritenuta inviolabile e che adesso né il Re, né Mussolini né il Papa potranno salvare. Sembra che all’improvviso tutti avessero saputo da sempre che quella era la fine segnata di un’illusione trasformata in farsa che sta finendo in tragedia. E allora che senso ha indagare su un singolo omicidio quando centinaia di morti andranno a pesare negli archivi della Storia? Forse perché continuare a fare il proprio dovere, seppur ciecamente e inutilmente è l’unico modo per trovare un qualunque senso e non vedere che tutto sta andando in pezzi… forse perché c’è un testimone che è ancora vivo nonostante il bombardamento…o forse perché le indagini coinvolgono un’affascinante attrice del cinema dei “telefoni bianchi” e, tra festini e cocaina, cominciano anche a spuntare pezzi grossi del Regime. Ma quale regime ora che quella massa polverosa di sfollati sembra l’unica realtà possibile del “Glorioso Impero Secolare”?

Ricostruzione storica impeccabile, dalla toponomastica all’ambientazione che non tralascia le ipocrisie della retorica di regime, la cocaina, i “telefoni bianchi” contrappuntati dal corredo dei quartieri popolari in un Paese con sogni di gloria ma tuttavia ancora povero e arretrato. Malinconica e dettagliata la descrizione di una Roma desueta e non da cartolina (San Lorenzo, la Villa degli Scipioni, Via Latina, il quartiere delle Vittorie) forse a scapito di un approfondimento dei protagonisti che meriterebbero più spessore; vi è tuttavia un pudore dei sentimenti che un regista come Pietro Germi avrebbe saputo raccontare per immagini. Il tutto è pervaso dalla ricerca di un senso all’esistenza ora che un regime che si proponeva di essere l’unico senso collettivo sta vacillando e latitando. Ed è come se l’indagine, consentendo di immergersi nei meandri di una tragedia individuale, consentisse di trovare l’incognita risolutrice dell’equazione su scala maggiore di una tragedia collettiva.



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