Quelli che se ne vanno

Quelli che se ne vanno

Italia. Ultimi decenni. Stanno cambiando profondamente i protagonisti anche dell’emigrazione, le loro condizioni di partenza e gli stessi fattori che li hanno spinti ad andarsene. Il sociologo Enrico Pugliese (Castrovillari, 1942) studia da tempo immemorabile, con acume e competenza, i flussi migratori. Qui dedica particolare attenzione verso gli italiani che sono partiti, stanno partendo, potrebbero partire. Nel trentennio dopoguerra vi furono grandi migrazioni intraeuropee, l’emigrazione italiana era soprattutto proletaria e contadina. Poi negli anni Novanta hanno iniziato a partire molte persone con elevato livello di scolarizzazione. Ora, negli ultimissimi anni assistiamo a un picco quantitativo, nel 2016 il dato ufficiale (sempre sottostimato) è stato di 114 mila unità, il più alto dal 1970, un quadro appena inferiore riguarda il 2017, a un’età media aumentata e a maggiore ricerca di minore costo della vita e migliori condizioni climatiche. Nell’introduzione il cenno è al probabile avvio di un nuovo ciclo, si sta emigrando nelle grandi aree metropolitane accettando anche lavori precari, con catene migratorie più digitali solitarie che familiari amicali. Il primo capitolo è dedicato a “quanti sono, dove vanno, da dove vengono”, valutando la parzialità e l’incompletezza delle statistiche, la fragilità dei nuovi inserimenti (tentati soprattutto in Germania, Svizzera, Francia, Regno Unito), la provenienza maggiore dalle regioni ricche (Lombardia e Veneto); il secondo “chi sono quelli che se ne vanno: cause, aspirazioni, figure prevalenti”, sulla base di indagini pure qualitative. Il terzo capitolo, dedicato a mercato del lavoro e occupazione, ruota intorno alla domanda: siamo di fronte a “una nuova classe di precari?” Il quarto approfondisce l’individualità della scelta e del comportamento: “da soli o associati?”; il quinto gli emigranti meridionali; il sesto i nessi con l’immigrazione degli stranieri…

L’Italia ha sempre rappresentato un crocevia migratorio. Ora gli stranieri in Italia sono poco più di 5 milioni, gli italiani all’estero poco meno di 5 milioni. Pur attraverso fattori e fenomeni non sincronici, i due ordini di grandezza sono (da diversi anni) praticamente identici. E l’entità dei flussi in ingresso e in uscita tendono ad avvicinarsi. Immigrazione ed emigrazione non sono fenomeni del tutto indipendenti fra di loro, in vario modo riflettono il contemporaneo processo di internazionalizzazione e segmentazione del mercato del lavoro. Inoltre vi sono ritorni, trampolini e ribalzi, sia fra gli immigrati che fra gli emigrati, in una direzionalità che in parte dipende anche da norme e conflitti interni all’Unione Europea (Dublino o non Dublino, Brexit o non Brexit). Proprio a questo riguardo i numeri e le emozioni reali sono spesso diversi dai conteggi ufficiali e dagli studi teorici: in occasione delle trattative per l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa risultavano in quel paese 260 mila italiani secondo noi, l’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), e 600 mila secondo loro (statistiche altrettanto “ufficiali”), cifre enormemente diverse. Il fatto è che non tutti i nostri ragazzi si iscrivono all’Aire, per svariate ragioni, pur risiedendo all’estero da più di un anno. E che l’ultimo Rapporto sulle migrazioni internazionali (Oecd, 2017) indica l’Italia all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei paesi d’emigrazione (dieci anni fa eravamo tredicesimi). Eppure, i nostri governi si occupano solo di immigrazione e sicurezza, dimenticano esigenze di reciprocità per diritti e tutele dei nostri compatrioti stranieri in altre patrie, bistrattano i nostri giovani come cervelli in fuga invece che come liberi emigranti (non necessariamente per sempre). In entrata e in uscita, un flusso sano, informato, ordinato, regolare e sicuro, come previsto dal Global Compact dell’Onu, fa solo del bene alla specie umana (già meticcia) e ai singoli Stati.



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