Quello che i muri dicono

Quello che i muri dicono

Lo spray usato come una matita. Un muro come foglio bianco su cui creare la propria arte. A Roma come in moltissime città del mondo quella che si definisce “street art” e che riempie di hashtag le pagine dei principali network sociali, l’arte della strada, rientra ormai in molte camminate turistiche o visite culturali. Non ci sono dubbi che quella che i residenti chiamano la “Cappella Sistina di Torpignattara” sia un vero capolavoro. Chi passa per Via Galeazzo Alessi non può non notare l’enorme opera lasciata da Nicola Verlato su un angolo periferico della Capitale. In bianco e nero si racconta Pasolini con i volti dei suoi attori preferiti e dei ragazzi di borgata da lui ben descritti. Poesia su larga scala dedicata a un grande poeta. Di solito, però, gli artisti di strada narrano storie quotidiane, uomini e donne del quartiere in cui operano, gente sconosciuta che su una parete verrà ricordata per sempre. È il caso di Gaetano, rigattiere ambulante di Via Giolitti che lì ha trovato la sua gloria e il suo volto immortalato. Da giovane faceva la comparsa, ma mai avrebbe pensato di finire per sempre su un muro grazie a Mauro Sgarbi che quella zona a ridosso della Stazione Termini ha abbellito con i suoi ritratti. Per molti, poi, quando si parla di street art non si può non ricordarsi di Blue, lo street artist di Senigallia che il mondo ci invidia. Passerà alla storia il suo “palazzo delle banane”, la grande struttura occupata all’angolo tra Via del Porto Fluviale e Via delle Conce. Un edificio grigio, anonimo rivive grazie ad un’idea geniale, portata avanti per due anni senza impalcature ma con funi calate dall’alto per permettere maggiore movimento. Un emblema colorato e allegro della rinascita di un quartiere operaio che negli ultimi anni è diventato uno dei fulcri della vita notturna capitolina…

“L’arte ha due facce: una per il proprio tempo, l’altra per il futuro”. La frase del pianista Daniel Baremboim apre questa guida interessante dei muri artistici di Roma scritta da Carla Cucchiarelli. Non c’è altra città al mondo a cui ben si adatta questa frase. Alla Roma antica si affianca un’altra contemporanea che non smette di stupire e affascinare tutti coloro che vi passano. Non è solo una moda passeggera, ma vera e propria arte che si tramanda ai posteri. O almeno dovrebbe: è il caso, ad esempio, dell’artista della pop art Keith Haring. Oltre al grande murale che campeggia accanto alla stazione di Pisa, Haring aveva lasciato due sue opere anche nella Capitale, precisamente una sul ponte Pietro Nenni, quello della metro A, e una sul Palazzo delle Esposizioni. Chi si recasse oggi in quei luoghi non troverebbe nulla: il “decoro” capitolino li ha fatti rimuovere nel 1992 per la visita di Gorbaciov e nel 2000 semplicemente per pulizia. L’ottusità ha vinto sulla cultura. Per questo negli ultimi si sta cercando di valorizzare i progetti di street art che rendono molti dei quartieri popolari di Roma dei veri e propri musei a cielo aperto. Basti pensare al Quadraro, angolo popolare della Tuscolana, dove nemmeno gli hipster riescono a mettere piede. Qui è nato M.U.R.o, il museo di Urban Art sparso nelle vie e in cui si può ammirare le opere di Diavù, Gary Baseman o Beau Stanton. Dall’altra parte di Roma, Tor Marancia e la sua Shangai, zona paludosa e degradata, per la quale hanno scritto articoli anche grandi giornali internazionali, grazie alla bellezza dei murales di Philippe Baudelocque o Reika, tra gli altri. Se pur con una veste grafica che andrebbe forse migliorata, questo percorso ragionato dell’arte di strada capitolina è un buon punto di partenza per appassionarsi a questa nuova espressione culturale.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER