Questa casa non è un hashtag!

Questa casa non è un hashtag!

Immaginate di regalare al vostro adorato pargolo di appena dodici anni una piccola imbarcazione a vela e di lanciarlo in mare aperto senza la ben che minima nozione di venti, cime, tailer e scotta. Va bene i metodi di addestramento da futuro Navy Seal, ma voi siete assennati e responsabili, conoscete i rischi e non vi sognereste neanche di mettere in pericolo il vostro erede. È probabile però, che per il compleanno decidiate di regalargli la possibilità di navigare per altri mari, in apparenza meno minacciosi delle immense distese d’acqua. È arrivato il momento di dotarlo di uno smartphone. Finalmente, la smetterà di chiedere sempre di utilizzare il vostro e in tutta autonomia, potrà navigare, chattare, giocare, scattare foto, guardare film, fare video e una miriade di altre attività. E potrà anche telefonare. Felici di avere installato a sua insaputa un sistema per localizzarlo quando è fuori casa, spegnete la luce e vi godete una serena notte di sonno. Ma siamo sicuri di sapere cosa abbiamo regalato e cosa sia davvero lo smartphone? Abbiamo le competenze necessarie a contenere i rischi e schivare i pericoli? E il nostro piccolo nativo digitale? Chi gli ha dato la patente per guidare la sua “imbarcazione” verso lidi sicuri? Chi gli ha spiegato le regole della navigazione? Quali compagnie frequenta nelle piazze virtuali? È consapevole che “nel bene e nel male, molto di quello che gli capita avviene in mondovisione”?

Esperto di cybersicurezza ed efficace divulgatore, Alessandro Curioni continua la sua produttiva attività di comunicazione sui rischi di Internet. Gioca con le parole e con una variazione sul tema di “questa casa non è un albergo”, già dal titolo dichiara quale sia il target al quale intende rivolgersi: genitori e figli, oggi. Ovvero, la generazione di Goldrake e Candy Candy e la Generazione Z. I nativi digitali, si sa, sono bravi più dei loro padri nell’uso di tablet e smartphone, ma non sono poi così smart davanti alle insidie del mondo virtuale, poiché non è in esso che si sono evoluti. La realtà fatta di bit è inodore, insapore e intangibile, mette fuori gioco l’istinto, che ci guida nell’intercettare e schivare il pericolo e quando si naviga online, il rischio zero non esiste. E allora, il buon senso e le idonee precauzioni. Né buona, né cattiva di per sé, la Rete non è stata creata per essere sicura, ma per conservare e condividere informazioni, non risponde alle leggi della dinamica classica, ma al principio di indeterminazione. Se posti una domanda su Ask, stai urlando qualcosa di te al mondo intero e le risposte dell’indefinita platea di ascoltatori non sempre sono quelle attese. Connessi, tracciati e rassicurati da un apparecchio che pesa quanto un bicchiere d’acqua, adolescenti o poco più, entrano nella realtà virtuale con la stessa facilità con cui quell’acqua la ingurgitano. Lo smartphone è l’estensione materiale del loro mondo incastonato in una cover, il confidente più intimo e il depositario dell’identità virtuale. Ma benché fornisca innumerevoli risposte, non è in grado di rispondere alle tante domande sul corretto utilizzo delle potenzialità del web. Domande che un genitore, invece, deve sapere affrontare, con l’esempio e il dialogo, e perché no, ponendone altre. Perché come ha scritto Ortega Y Gasset, “Se insegni, insegna anche a dubitare di ciò che insegni”.



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