Questa febbre violenta di vita

Questa febbre violenta di vita

Dal vano della finestra un uomo osserva il bosco di castagni che lambisce il largo viale cittadino che conduce al bastione di Monforte. Lo sguardo si sofferma dapprima sul vivace risveglio delle tinte primaverili e il gioco dei riflessi del sole tra le fronde. Per poi catturare il passo affaccendato di un viandante proteso di certo verso gli oneri della quotidianità e l’andatura più calma di una coppia di amanti. Mentre la ragazza ondeggia fasciata in un abito attillato, l’uomo gesticola rivolgendole parole concitate che recano inequivocabili suoni d’amore. Più avanti, un anziano curvo sui suoi passi leva gli occhi al cielo come per sincerarsi delle condizioni del tempo, e una donna inganna la trepidante attesa del postale rileggendo l’ultima corrispondenza ricevuta. L’arrivo della bella stagione è di buon auspicio anche per Bigio, che può finalmente riprendere a guadagnare qualche soldo trasportando coloro che desiderano salire a Monteforte sulla sua carrozza per respirare aria fresca. I rigori dell’inverno sono pesanti per chi è costretto a sedere a cassetta imbiancato dalla neve e intorpidito dal freddo i rari clienti. Quando si ha una famiglia da mantenere e i propugnatori dell’uguaglianza sociale stanno a casa al caldo o all’osteria dei “buoni amici” teatro delle disavventure di quel dissoluto di Tonino…

L’incanto sublime della prosa lirica ottocentesca, il tratteggio dei risvolti psicologici e dei flussi di coscienza, la raffigurazione impressionista della Milano di fine secolo XIX, una narrazione che si nutre dell’avvicendarsi della febbrile vivacità urbana e insieme della nostalgica evocazione della natura remota, il costante rimando alla precarietà delle condizioni umane strette nella morsa tiranna del tempo che scorre e delle incombenze sociali che urgono, la solitudine e l’incomunicabilità che ne conseguono. Sono alcuni degli elementi di questo prezioso volumetto che racchiude tre delle dodici novelle della raccolta Per le vie: Il Bastione di Monforte, In Piazza della Scala, Osteria dei ‘Buoni amici’. A leggerle, si capisce come questa forma di narrazione, più del romanzo, sia congeniale all’arte di Giovanni Verga di usare il linguaggio non per costruire un mondo (come accade ai migliori scrittori dell’Ottocento), ma per trasfigurare in un atto artistico il contesto ambientale in cui ebbe a vivere dal 1872 al 1893. E per costruire dei racconti brevi che sono delle poesie in prosa capaci di indurci a una lettura che vada ben oltre il puro testo.



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