Questi fiori malati

Questi fiori malati

I primissimi piani in No Quarto da Vanda sono rarissimi, eppure uno di questi è uno dei momenti più intensi di tutto il film, uno dei più significativi in assoluto dell’intera, varia e profonda produzione di Pedro Costa, e mostra la protagonista Zita intenta a dipanare una matassa di lana. È molto difficile però che la ragazza in verità riesca a farne un gomitolo: la sua mente è infatti poco lucida, incapace di perseguire un obiettivo. Ha fumato eroina e nella minuscola stanza niente affatto ben illuminata i suoi occhi faticano a mettere a fuoco il filo, che è sottile, ingarbugliato, pieno di nodi. Applicando la regola aurea e ricorrente nella sua poetica del “Show, don’t tell” (“mostra, non spiegare”), principio cardine dell’economia narrativa, ovvero dell’asciuttezza e dell’efficacia espositiva caratteristica del sistema hollywoodiano classico, Costa ottiene qui la massima ricchezza semantica dell’immagine attraverso il minimo dispendio di mezzi tecnici e retorici. Non c’è infatti bisogno che il regista inventi complicati – e peraltro impossibili, dato che lavora in un vero e proprio bugigattolo – movimenti di macchina, né che Zita proferisca alcun verbo: basta guardare la ragazza perdersi continuamente mentre svolge il filo per comprendere la mancanza di tranquillità, il tedio, il dolore, la sofferenza, l’ansia, il disagio. Suo e di un’intera generazione…

Pedro Costa, definito il Samuel Beckett del cinema, autore in cui tutto è intimo e insieme estremo, in primo luogo il cinema stesso, giovanissimo militante rivoluzionario contro la dittatura nel 1974, da sempre interessato al suono, al colore, al simbolismo, alla musica, al tema della memoria e della società, vincitore del Pardo d’argento per la miglior regia al Festival di Locarno con Cavalo Dinheiro, film estremamente politico e come sempre giocato sulla dicotomia tra tenebra, l’ombra indagata nel dettaglio, e luce, del 2014, cinquantanovenne regista portoghese, è uno dei più importanti cineasti del suo paese. Una nazione che vanta una notevolissima, pluripremiata e pluridecennale tradizione filmica, anche se spesso si pensa erroneamente solo a Rodrigues e Oliveira e in modo terribilmente banale, superficiale e sciatto alla settima arte lusitana esclusivamente come a un coacervo confuso di tempi esageratamente dilatati e voci fuori campo eccessivamente invadenti: si pensi viceversa a nomi come Barros, Lobo Antunes, Lopes, Ribeiro, Duarte, De Miranda, Queiroga, Guimarães, Rocha, Telles, Matos Silva, Seixas Santos, Reis, Faria, Geada, Cordeiro, Campos, Grilo, Teresa Villaverde Cabral, Morais, Leitão… Michael Guarneri pubblica un’indagine minuziosissima e polisemica, chiara, articolata, interessante, potente, avvincente, ben scritta, istruttiva, che mostra al di là di ogni irragionevole dubbio come arte e vita siano connesse, e come la bellezza, con tutti i suoi significati, sia in realtà, anche se immateriale, concretissima possibilità per un mondo migliore.



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