Questo ero io

Questo ero io
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Carcere di Kalamazoo, Michigan. Nella sezione che trattiene i detenuti con tendenze suicide c’è George, la cui ragazza ha scoperto di avere il cancro e glielo ha comunicato attraverso lo spesso vetro infrangibile della sala visite. C’è Tommy, che nel trasferimento da un penitenziario all’altro ha nascosto 25 pasticche di Seroquel nel retto, e glielo si legge in faccia quanto sia faticoso tenerle là dentro. C’è Pepper Pie, che chiamano così perché in mensa mette il pepe sulla sua porzione di torta di mele come dissuasore per i golosi. C’è Pescegatto, che quando un aspirante suicida porta a termine il suo intento lo chiamano a ripulire tutto: era il suo lavoro anche là fuori, ed è sempre meglio che scrostare la merda dai cessi, dice. C’è Robert, che ogni giorno ne spara una più grossa, perché mentire sul suo passato è il solo rimedio che conosce per sopravvivere a quello schifo. Infine c’è lui, che si è iniettato la prima dose di quella roba in una stanza d’albergo, ed è proprio vero quello che dicono, che a un certo punto sei in pace con il mondo e arrivi a sentire i colori, o cose del genere. È un detenuto come loro, nella sezione dei suicidi, e da lì dentro ascolta e trascrive le storie di chi come lui dovrà passare in carcere molto, molto tempo...

Una persona condannata all’ergastolo per omicidio ha il diritto di firmare un contratto con una casa editrice, vedere i suoi racconti pubblicati e tradotti in diverse lingue del mondo, e guadagnarci pure dei soldi? Se cerchi su Internet la storia (vera) di Curtis Dawkins, detenuto in Michigan da 14 anni, troverai la questione morale strettamente legata alla critica letteraria. Proviamo a dividerle, solo per un attimo, a soffermarci sulla scrittura. A ogni persona che scrive è suggerito di partire da ciò che conosce. Dawkins ha fatto proprio questo. Ha raccontato il luogo in cui passerà il resto della vita, da cui potrà sbirciare all’esterno solo attraverso le visite e le telefonate della famiglia, le udienze in tribunale, la televisione, i ricordi e i sogni. Chi di noi conosce la realtà del carcere solo per sentito dire, ha qui la possibilità di fare un passo all’interno, comprendere l’umanità che va oltre le azioni terribili che sono state compiute, osservare se e come e quanto le persone possano modificarsi, là dentro. Non redimersi, attenzione, non necessariamente: solo modificarsi. Ogni capitolo è una piccola storia, detenuti che condividono l’intimità del dormire in brande appiccicate, mangiare e fumare insieme, andare al gabinetto sotto gli occhi di tutti. C’è solo un confine, non scritto, che nessuno si permette di valicare: ogni volta che uno di loro ha gli occhi umidi, gli altri distolgono lo sguardo e tacciono. Ogni volta.



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