Questo indomito cuore

Questo indomito cuore
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È l'ora, Susan Gaylord si sposa! «Voglio essere la miglior moglie del mondo, la miglior madre. Voglio fare un sacco di belle cose nel bronzo e nella pietra, cose che dureranno in eterno. Voglio vedere il mondo e la gente...». Mark tace, quasi timoroso di invadere le fantasie di Susan e l'umore. Se non fossero proprio le sue parole, penserebbe a quelle di una matta. Il suo primo amore è unico e perfetto. Straordinario. Talora tanto. E sì, ha progetti suoi per l'avvenire, ma ha tutto quanto un uomo possa desiderare. «Felice… felice sarò», canticchia intanto Susan, colma di speranza. Presto si sarebbe sposata e avrebbe cominciato una nuova vita. Non ha paura, non cerca inazione, vuol fare, animarsi, ma come?
Oh, al di là del matrimonio,  per altre vie, com'è chiaro, perché Susan non ha alcuna intenzione di fermarsi. Quel che appare in questo caso è poi da prendere alla lettera: «Non c'è niente che non voglia fare»! Non esiteremmo a chiamarli capricci, tracce di volubilità o addirittura di leggerezza, in parte anche di stupore, che son tipiche del trovarsi di fronte a un indomabile sé; tanto più che questa vivace giovane donna può dirsi intenta a divenire operosa in più modi, e con tutta se stessa. Pure si deve notare che sia sempre imprudente credere che tutto si possa sentire e soddisfare, a dispetto di mirabili e certissime qualità. Ecco che cosa il premio Nobel Pearl S. Buck vuol rappresentare nei suoi anni Trenta, l'idea di far seguire all'affermazione di tanta volontà inevitabili tributi del cuore. Perché non è necessario scegliere fra fecondità materna o artistica, certo, «dibattersi tra i vecchi ridicoli ideali femminili». Quel che apparirebbe soprattutto ingenuo sarebbe pensare di conseguire quel tutto in un modo invero assai semplice.

 

 

 
 
 
 
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