Questo più umano amore

Questo più umano amore

Nel vagone dai finestrini appannati dal freddo di gennaio ci sono tre occupanti. La vecchia signora guarda con curiosità la coppia stranamente assortita che ha come compagni di viaggio. Lui ha una cornice di barba e capelli grigi intorno ad un viso intelligente, e un piglio gradevole e signorile. È molto premuroso con lei, appena sveglia con le sue guance arrossate, slanciata, disinvolta. La vecchia signora li direbbe padre e figlia, e le si dilatano gli occhi per la sorpresa quando invece la ragazza dice di essere arrivata, mentre lui, suo marito, deve proseguire fino ad Amburgo per sbrigare un affare. Ad salutare la coppia appare d’un tratto Hans Ebling, “un uomo alto, impellicciato, con gli occhi scuri che sprizzano gioia”. Klaus è contento: sua moglie Edith intende passare la notte a Lubecca prima di raggiungere i parenti a Hadersleben, è una vera fortuna aver incontrato il loro amico Hans che può farle compagnia e accompagnarla in hotel. Edith abbraccia suo marito prima che lui salga sul locale diretto ad Amburgo; Hans si gira con discrezione pensando tra sé: “So bene quel che accade dietro di me. Giocano a marito e moglie. Ma di fatto non lo sono”… L’hotel della Stephanplaz di Vienna è particolarmente affollato, nonostante il tardo autunno il flusso dei turisti diretti in Russia, Italia e Svizzera non cessa ancora. Una donna longilinea dai fianchi esili vestita con uno scuro abito da viaggio entra esitante. Con imbarazzo passa accanto ai tavoli occupati e prende posto ad un tavolino all’interno del rialzo del vano finestra. Ordina un bicchiere di vino rosso e un piatto di carne, e gira lo sguardo nella sala fino a che non trova chi sta cercando, seduto con altri clienti abituali che parlano e scherzano amabilmente. Ad un tratto, l’uomo dalle fattezze slave e le lenti poggiate sul naso incrocia gli occhi grigi della donna fissi su di lui. S’interrompe all’improvviso, le sue pupille si dilatano per la meraviglia, si alza, si scusa e la raggiunge. “Una russa, ci scommetto”, mormora uno dei suoi compagni di tavolo, “Sembra che viva volentieri in Austria e in Italia; tuttavia ‘si torna sempre…’”. Lui intanto all’altro tavolo sta esclamando: “Che tali coincidenze siano ancora possibili! E il mondo non è forse bello grazie a loro?”… Ester ha appena salutato i suoi gemellini già addormentati nella loro stanza, mentre la vecchia balia sferruzza alla luce del crepuscolo. Di sotto sbatte il portone e i passi svelti annunciano che suo marito è rientrato. Ester gli va incontro e si abbracciano, lui le dice che ha portato un regalo, un pacco di giornali che parlano di una mostra privata di giovani pittori, nella quale sono esposte alcune riproduzioni di Eberhart, il fratello di lei. Ester si adombra, pensare a lui la rende malinconica. Adesso lui vive lontano, alla ricerca di sé e della sua ispirazione, gravato dal peso dell’arte inarrivabile del loro padre. Lui le scrive, le racconta di sé, il loro è un legame forte, la notte la donna è agitata e fa un sogno strano che non ricorda, ma continua a pensare a quel suo fratello esile dal volto affilato, alle loro conversazioni quando erano insieme, magari in vacanza davanti al mare. Poi arriva il postino con un telegramma dei loro genitori: Eberhart è morto…

“Questi racconti non sono affatto una appendice o un divertissement all’interno dell’opera di una letterata curiosa e versatile, ma una tessera importante per la comprensione di una personalità complessa quanto centrale nel panorama della cultura novecentesca”. Così scrive nel suo blog Claudia Ciardi, la curatrice che da qualche anno si dedica con particolare attenzione al lascito letterario della studiosa e scrittrice russo tedesca, forse più nota, oltre che come saggista, per il suo rapporto – oggetto di ipotesi più o meno fantasiose – intellettuale, sentimentale con personalità come Friedrich Nietzsche, il poeta Rainer Maria Rilke, il filosofo Paul Rée, l’orientalista Carl Andreas, sposato in un “matrimonio bianco”. Proprio grazie al lavoro di Ciardi è stato possibile conoscere Lou Andreas Salomè come narratrice, e con questo libriccino vengono pubblicati per la prima volta in Italia questi altri tre racconti. Lei aveva cominciato a scriverne già intorno al 1892, per poi accantonare a lungo il progetto fino alla fine del 1898, quando a Berlino, negli spazi limitati che condivideva col marito e sicuramente spronata dagli incontri con Rilke che andava spesso a trovarla, riprende a scrivere con una certa intensità. Quando nell’aprile 1899 i tre partono per la Russia – viaggio fondamentale per la Salomè che mai recise del tutto il legame con le sue radici – i racconti sono in mano all’editore Cotta che li fa uscire quello stesso anno. Le protagoniste di questi racconti - tutti e tre imperniati sul tema dell’amore, visto da differenti punti di vista – sono donne che si muovono in metropoli mitteleuropee di fine Ottocento. I riferimenti biografici sono evidenti, nei tratti di forza e indipendenza che appartengono alle tre donne, o ad esempio nel disagio che prova Marfa Marveyevna nella confusione cittadina. Spesso l’attenzione delle protagoniste è incentrata sui paesaggi, sempre descritti in maniera dettagliata e strettamente intrecciati agli stati d’animo, una caratteristica della scrittura di questa autrice che per buon parte proveniva dal marito Carl, il quale l’aveva iniziata a un contatto con la natura “per una riscoperta del sé”, che si era poi accentuata grazie al legame con Rilke. In tutti i racconti l’amore non è mai un sentimento assolutamente platonico, ma sottende una tensione più fisica, persino nell’ultimo e più lungo racconto che narra un legame torbido che sembra ammiccare all’incesto. In tutti e tre, come dice Ciardi nella introduzione intitolata “La ragione dei sentimenti”, è evidente una forma a metà tra introspezione e seduta analitica che si adatta ora ad un passato da ricordare ora ad indagare “storie di femminilità che vorrebbe contrapporsi ai propri obblighi tradizionali”. Anche questo ha una evidente chiave autobiografica e prelude certamente all’attitudine agli studi di psicanalisi che la Salomè intraprenderà con successo dopo l’incontro con Freud. Il titolo della raccolta si ritrova, oltre che in uno dei racconti, in un verso di una poesia di Rilke, Un giorno esisterà, da Lettere a un giovane poeta: “E questo più umano amore somiglierà a quello che noi faticosamente prepariamo, / all’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda”. Una poesia che – non pare tanto a caso – parla di un femminile non contrapposto al maschile, “qualcosa per sé”, capace di mutare l’esperienza dell’amore tra esseri umani, “non più da maschio a femmina”. Decisamente un pensiero che sembra appartenere profondamente alla donna che percorse un tratto della sua vita insieme a colui che in questi versi lo ha espresso.



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