Racconti dal ghetto di Lodz

Racconti dal ghetto di Lodz
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All’angolo di via Pieprzowa, in un palazzo servito da una stretta scala di legno, al terzo piano sul pianerottolo a destra, abitano Sura Bajgelman, suo figlio Elie e la fragile figlioletta Bincia. La famiglia vive in una sporcizia abominevole. «Come pensate che si possa tenere in ordine una casa in questo ghetto maledetto?», esclama Sura, «Solo i pezzi grossi possono nuotare nel lusso!». La povera e semplice Sura di via Pieprzowa non appartiene alla classe dei privilegiati. Per convincersene, basta guardare il soffitto pieno di fessure da dove gocciola una pioggia fangosa. Prima ancora di entrare, un odore nauseante di escrementi e di altre porcherie vi prende alla gola. Un ammasso di abiti sgualciti è disseminato sul pavimento e dei mucchi di lenzuoli sporchi sono abbandonati sopra delle sedie rotte, sparse nella stanza con negligenza… Haneczka è una ragazzina di dieci anni, mingherlina, dal viso dolce e gentile e dagli occhi eternamente tristi. Ha i capelli neri e ricci, e dal suo piccolo naso cola un brutto moccio. Ma perché Haneczka è sempre preoccupata? Perché i suoi occhi non brillano di gioia? Ebbene, ecco la causa! La vita la maltratta come se fosse un’adulta. La tisi, terribile e crudele, ha ucciso i suoi amati genitori. La ragazzina si è trascinata per le strade del ghetto fino al momento in cui è stata accolta dalla zia. Per essere più precisi, la donna è stata costretta ad adottarla. Suo malgrado, ha dovuto adattarsi agli ordini delle autorità del ghetto, che ha riempito di ingiurie – e bisogna capirla – poiché i maggiorenti avrebbero potuto affidare la piccola a un dignitario piuttosto che a lei, povera donna del popolo, che crepa di fame e non sa proprio come risolvere i suoi problemi. In breve, la zia ha accolto la nipote in casa, ha aggiunto la razione di cibo della piccola alla sua e, insieme, hanno fatto bollire la loro zuppa in una pentola comune. Sotto l’ala protettrice della megera, la povera orfanella non è affatto felice… Si conoscono durante la guerra. Lui è ebreo, bruno, slanciato, con occhi simili a carboni ardenti, melanconici, quasi lacrimosi. Lei è bionda con gli occhi azzurri, fiera, una tedesca della ricca famiglia Grotte. Un ebreo e una tedesca, due razze inconciliabili, un amore vietato, bandito a causa dell’odio verso il sangue ebraico che non può mischiarsi con quello dell’inflessibile e dispotico popolo tedesco. La giovane si chiama Eliza, sta bene in famiglia, ma sembra attirata dal mondo esterno. Adora la vita, la società, il benessere e i bei cavalieri. Pieni di attenzioni, i genitori fanno tutto il possibile per rendere felice la loro unica figlia. Nelle meravigliose stanze del loro palazzo, la risata della ragazza risuona come il tintinnio di un cristallo. Gertrude – così si chiama la madre di Eliza – è una donna obesa con i capelli biondi e il doppio mento della borghese benestante. Nutre un’attrazione particolare per le cianfrusaglie e i cristalli. Ha il passo pesante e il respiro affannoso. Sul suo petto, scintilla una spilla in oro con brillanti. Al polso porta braccialetti di perle. Ai lobi mette minuscoli orecchini che ondeggiano al ritmo dei suoi movimenti energici. Eliza, invece, è leggera come una farfalla e gaia come un fringuello. Ma con il tempo tutto cambia e il suo carattere di bambina si trasforma… La stanza, buia come una tomba, è appena illuminata dalla luce fioca di una lampada da tavolo. Il viso livido della madre strappata alla vita, che giace maestosa e altera sul letto di morte, indifferente a tutto, anche alla disperazione del figlio, emerge dalla penombra. Seduto in un angolo del letto, il bambino non è meno pallido della defunta. Sulla tavola, la sveglia segna il tempo, imperturbabile: tic tac, tic tac, tic tac...

Sono passati esattamente settantuno anni da quando i carri armati sovietici hanno fatto ingresso ad Auschwitz, nella Polonia martoriata dalla Seconda guerra mondiale, e hanno squarciato in maniera definitiva e incontrovertibile gli ultimi brandelli di quel velo di ipocrisia dietro al quale la gran parte del mondo ancora nel 1945 si nascondeva per tenere a freno la propria coscienza, per non farla urlare di sdegno, per poter dire di non sapere. Ora si sa, e visto che c’è chi nega e dimentica è ancora più importante testimoniare, nonostante molti dei sopravvissuti – che ormai a così tanti anni di distanza, naturalmente, sono pochi: per questo non possono morire le loro parole – non abbiano mai voluto parlare: perché averlo dovuto vivere, quell’orrore, è già troppo, doverlo rivivere ogni volta che lo si racconta è inaccettabile. E poi, purtroppo, spesso non si veniva creduti. E in effetti la mente dell’uomo si rifiuta di credere che sia possibile che qualcuno abbia fatto quel che è stato fatto. Impossibile, ma purtroppo vero. Milioni di persone deportate, internate e uccise senza colpa né peccato. Tra queste persone, tanti bambini che non sono diventati grandi. Tra questi bambini, adolescenti, ragazzi, Abram Cytryn. Nato il 10 ottobre 1927 e morto nell’estate del 1944, a pochissimi giorni dal suo arrivo nel campo di concentramento. Non aveva ancora diciassette anni, Abram. Di cui tramite la sorella, unica superstite di una famiglia sulla quale il destino si è accanito in ogni modo e maniera, noi posteri abbiamo ventiquattro taccuini, conservati al Centro Simon Wiesenthal di Los Angeles e resi lacunosi dalle intemperie, dall’acqua, dalla muffa, dal fatto che spesso il materiale su cui Abram poteva scrivere – lui che scriveva sempre, evidentemente sentendo dentro di sé l’impeto di una vera e propria vocazione di poeta e prosatore: e lo faceva assai bene, nonostante avesse dovuto lasciare la scuola a dodici anni – era a dir poco di fortuna. Lacunosi ma fondamentali. Per ricordare. Per non dimenticare. Per celebrare il potere della buona letteratura, che è un’evasione salvifica e un gesto di importanza civile. Perché attraverso la costruzione di mondi altri, di carta e inchiostro, in cui far lievitare la narrazione, si fa il bene di tutti coloro che ne leggeranno o a cui i racconti di quei mondi saranno letti, perché si consente loro di dimenticarsi almeno un po’ dei propri dolori. E dolore è il sentimento che si prova a sentire queste storie: rabbia, sgomento, orrore, disgusto, colpa. Fremdschäme: “vergogna per qualcosa che qualcun altro ha fatto”. Non è un caso che sia una parola tedesca. I testi raccolti nel volume Marsilio sono quelli che Abram Cytryn, che si inserisce nel solco già tracciato da Anna Frank, Primo Levi ed Elie Wiesel, tanto per far tre nomi, ha composto tra il 1940 e il 1944: in quel quadriennio la sua famiglia, come tutti gli ebrei, non solo a Lodz, vive rinchiusa, intrappolata nel ghetto (e dei ghetti si parla meno che dei lager), come un’antica città assediata, circondata e vessata da nemici a cui non ha fatto niente. Testi lirici, struggenti, emozionanti, un documento eccezionale, pregevole non solo dal punto di vista storico bensì anche, se non soprattutto, specificamente letterario, in cui nel racconto limpido e lucidissimo della quotidianità oppressa dal sopruso e dalla morte incombente si fa spazio, insieme a una vena poetica eccellente, il desiderio, l’istanza, l’inarrestabile esigenza comunicativa di far schizzare sulla carta il sangue, imprimerci sopra l’anima di Litzmannstadt e la vita crudele alla quale i suoi abitanti sono stati costretti, tra schiavitù, espropri, pericoli e senso di impotenza, e si riesce persino a fare talvolta dell’ironia – peculiarità spesso tagliente della scrittura e della cultura ebraica – sulla sofferenza più atroce di quella condizione: la fame.



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