Racconti raccontati due volte

Racconti raccontati due volte
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Il sole sta per tramontare quando le giubbe rosse della Guardia del governatore scendono minacciose per le strade del New England: una figura solenne, un condottiero e insieme un santo, gli si para innanzi... L’alba scende furtiva su un campanile, a pochi passi d’una casa, una domenica mattina: qualche ora dopo, la processione di fedeli riempie le strade; in chiesa “si depositano [...] tutti i pensieri e i sentimenti che hanno attinenza con l’eternità, finché non ritorna il giorno festivo a liberarli”... La signora Dabney sposa, in terze nozze, il signor Ellenwood: rintocchi funebri accompagnano, però, la loro cerimonia; ma in fondo “che cos’è il tempo per coloro che sono sposati per l’eternità?”... Il pastore Hooper, una mattina, si presenta con un velo nero sul viso, quale “cupa ombra davanti a sé”... A Mont’Allegro, in uno spazio quasi bucolico, il signore e la signora di Maggio si sposano... Ilbrahim è un fanciullo che ha deciso di restar seduto sulla tomba del padre, appena scavata dai cristiani... Un uomo “con un sorriso che incanta i bambini” passeggia tra le strade di Londra, per mano della piccola Annie, fino a un negozio di balocchi...

“Non essere come coloro che non hanno mai visto la luce”: è il monito d’uno dei circa quaranta racconti e il fil rouge dell’intero, corposo, testo. Quelli di Hawthorne – autore noto soprattutto per La lettera scarlatta – sono, infatti, racconti (pubblicati insieme per la prima volta in due tomi, tra il 1837 e il 1842, ma già precedentemente usciti su diverse riviste letterarie o raccolte annuali, ecco perché “raccontati due volte”) del crepuscolo, della sera: dell’ora in cui il sole si spegne, in cui la luce è già stata vissuta. La sera è anche il tempo prediletto, nell’antica tradizione orale, per il raccontare: è lo spazio della voce che immagina o abbellisce quel che l’orecchio le ha donato. All’imbrunire, quando tutto si spegne, domina il bagliore della fantasia, dell’incanto del raccontare. “Tu dipingi le tue fantasie sul mio volto” rimprovera Elinor al suo amato Walter in uno dei racconti: cos’altro è lo scrivere, il raccontare, se non donare, prestare – o affibbiare, appiccicare – sentimenti nostri ai visi degli altri? L’arte della parola, qui, incede velata di allegorie leggiadre: come sospesa in un tempo mitico, lontano come quell’eternità che – quale altro ossessivo file rouge del testo – è sentita come irraggiungibile. Persino dall’alto di un campanile il cielo può essere lontano. Persino un velo nero può essere il correlativo oggettivo tangibile del divorzio netto tra tempo della vita ed eternità. Forse solo l’amore, timidamente, si può accostare a quel tempo senza tempo, ma come un’aquila che è sì in alto, ma mai quanto il cielo, quello eterno e vero.



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