Racconto dell’aldilà

Racconto dell’aldilà
Una mattina il sessantacinquenne Hinrich Schepp, sinologo all’università di Berlino, si sveglia e raggiunge sua moglie Doro che, come ogni mattina - capelli raccolti e kimono azzurro - siede alla scrivania a correggere manoscritti del marito. Un momento: ma quale manoscritto?! Hinrich non ha scritto nulla di nuovo di recente! E poi c’è quel fastidioso odore come di marcio – o di morte – che aleggia nella stanza … L’uomo fa all’improvviso due scoperte, dal suo punto di vista una più agghiacciante dell’altra: Doro, che lui ha creduto addormentata in un momento di stanchezza, in realtà non respira, sulle sue braccia i primi segni del livor mortis, le dita serrate sulla superficie della scrivania quasi rigide; sparse davanti a lei le pagine di un vecchio romanzo incompiuto di Hinrich, nel quale è adombrata la storia di un suo quasi-tradimento o, forse, solo di una tentazione di qualche anno addietro. Ma ciò che è davvero sconvolgente per l’uomo sono le annotazioni che Doro stava prendendo a margine della storia, e l’intrecciarsi di racconto e note con quella promessa che lei gli aveva fatto tanti anni prima, di aspettarlo lì, sul lago gelido e scuro dell’aldilà, per fare insieme l’ultimo e definitivo tratto di strada. Ma … sarà davvero tutto così come appare?
Questo di Matthias Politycki, considerato uno degli autori tedeschi più importanti della sua generazione benché poco noto in Italia, è un breve romanzo nel quale tutto avviene nell’arco di poche ore e nello spazio di una stanza, dipanandosi però attraverso piani narrativi, tematiche e registri linguistici così ricchi e diversificati che illustrarli in breve non è affatto facile. Innanzitutto, anche se incompiuto, vi è un racconto nel racconto; tutta la prima parte poi appare quasi faticosa  per quanto il linguaggio, aderendovi perfettamente, illustra il racconto e il pensiero di un uomo inetto, frustrato e meschino. Il registro espressivo cambia totalmente quando a raccontare è la voce di Doro, donna raffinata e colta, per poi compiere una chiusura perfetta nel piccolissimo capitolo finale conclusivo che riprende l’inizio della narrazione. L’autore, noto per un uso “difficile” della parola, ricorre abilmente ad espedienti stilistici efficaci, ad esempio la ripetizione di nessi quasi fossero formule espressive, con risultati interessanti che da metà libro in poi rapiscono e affascinano. Le tematiche di amore/morte, fedeltà/tradimento, sincerità/ipocrisia, solitudine e incapacità (o impossibilità?) di comunicare, si scoprono essere le vere protagoniste in una storia in cui il tempo, scandito dai rintocchi di un campanile e dalle luci dell’autunno sul pavimento, è dilatato dalle parole attraverso uno stile elegante e rarefatto. I riferimenti all’I Ching e alla millenaria cultura cinese, affiancati alle suggestioni di un famoso quadro (L’isola dei morti del pittore simbolista Arnold Böcklin) rappresentano la costante di sottofondo, prezioso leitmotiv  affascinante e seducente. L’atmosfera onirica del racconto (perfetto per il teatro) spesso attraversata da punte di ironia ne fa decisamente una lettura complessa ma originale e interessante destinata a chi è in cerca di qualcosa di diverso dal solito. Utile e ben scritta anche la postfazione a cura del traduttore. D’altra parte non può esser un caso se Racconto dell’aldilà ha vinto un prestigioso premio come miglior romanzo europeo 2012.

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