Racconto di un naufrago

Racconto di un naufrago

La burrasca ha affondato il mercantile. Nella notte buia, in mezzo al mare impazzito, tra gli ululati del vento che schiaffeggia il pelo dell’acqua sente appena il flebile grido dei compagni in difficoltà. Poi più niente. Con il giorno e la luce si accorge di essere l’unico superstite dell’equipaggio, su una scialuppa priva di tutto, in mezzo ad un oceano di cui ha perso le coordinate. Un naufrago e pure solo, senza acqua né cibo. Passa così i suoi giorni cercando di indovinare una direzione verso la quale impostare la rotta della barca, ma non c’è mai nulla all’orizzonte né vita nel cielo che possa suggerirgli la prossimità della costa. Cerca di inventarsi un modo per non impazzire, perde il conto dei giorni e sente la morte addentarlo alle costole. Il sale corrode tutto, di giorno è arso dal sole, di notte pelato dal freddo. Prova ad immaginarsi come sarà quando arriverà a terra, ma molto più spesso pensa a come lo troveranno quando sarà morto su quella barca. Quando è ormai allo stremo delle forze, quando si è convinto di lasciarsi morire, dopo aver mangiato crudo un gabbiano che gli aveva dato insieme cibo e l’illusione che la costa non fosse lontana, si trova a scrutare un orizzonte finalmente pieno. Pieno di sabbia, di alberi e tetti. Terra…

Racconto di un naufrago prende spunto da una storia realmente accaduta e dalla fama del naufrago tramutatasi presto in sventura. Esaltato come eroe della patria, portato in giro come un fenomeno da baraccone per essere sopravvissuto dieci giorni alla deriva senza bere né mangiare ed in balìa degli elementi, presto del naufrago si stancano tutti, dimenticato dalla pubblicità che lo ha fatto ricco e dal governo che lo ha portato in trionfo. Al Gabo, però, ciò che è successo dopo non interessa tanto. Ad interessargli è stata solo la cronaca di quei dieci giorni in mezzo al mare. Non la sua migliore narrativa, in verità. Ripetitiva e monocorde sommario di giornate nelle quali non accade nulla e ad avvicendarsi sono i lamenti dell’uomo ‒ che narra la sua vicenda in prima persona ‒, il caldo e il freddo. Se da un lato questo porta a comprendere bene le sofferenze del naufrago e rende la narrazione aderente al suo scoraggiamento, dall’altro obbliga ad una lettura noiosa e scarna di emozioni, senza guizzi, senza alterazioni. Non è una critica tout court. Lo stesso Gabo chiudendo l’introduzione di un’edizione spagnola ‒ la Tusquets di Barcellona del 1970 ‒ scrisse alludendo alla scarsa stima che lui stesso nutriva per questo racconto lungo: “Mi deprime l’idea che agli editori non importi tanto il merito del testo quanto il nome di chi lo firma […] Per fortuna, ci sono libri che non appartengono a chi li scrive ma a chi li subisce e questo è uno di quelli”. Buona fortuna, lettori.



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