Radici

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Gambia, 1750. È una giornata di inizio primavera quando nel villaggio di Jaffure nasce il figlio nero-ebano di Omoro e Binta Kinte. In quel villaggio, nel quale il trascorrere del tempo si misura con le lune e con le piogge, la nascita di un maschio è di buon auspicio per tutto il parentado. Omoro, novello padre, segue quella che è una tradizione da tempo immemorabile: nei sette giorni successivi alla nascita dovrà dedicarsi solo alla scelta del nome. Il nome è qualcosa di prezioso, deve contenere storia e promesse poiché per la sua tribù, i Mandinka, il bimbo erediterà le virtù delle persona o cosa di cui porterà il nome. L’ottavo giorno, Omoro esce dalla sua capanna e si piazza davanti all’assemblea trepidante, solleva il bimbo tra le braccia sussurrandogli, per tre volte, Kunta Kinte: il nome del nonno. Passano le lune e Kunta Kinte vive felice la sua infanzia, lavora, cresce e, finalmente, può indossare il suo primo dundiko e smettere di andare nudo come un fanciullo. Quando suo fratello gli domanda cosa siano gli schiavi lui non sa rispondere, si informa e capisce che “esiste una terra dove vendono gli schiavi a dei grossi, grossissimi cannibali chiamati taubob che ci mangiano”. Un giorno, tra il profumo familiare di fiori selvatici, Kunta percorre un boschetto per tagliare un tronco e farne un tamburo quando all’improvviso percepisce dei rumori insoliti. Comprende: sono i taubob. Si difende, lotta disperatamente, ma perde i sensi. Si risveglierà su un’imbarcazione, incatenato, al buio, quasi soffocato da un fetore insopportabile…

Ben dodici anni sono stati necessari a Alex Haley per scrivere questo possente romanzo nel quale egli ricostruisce le vicende della sua famiglia da parte materna, partendo dal suo avo Kunta Kinte, rapito nella sua terra dall’uomo bianco per essere ridotto in schiavitù. Sette generazioni si ritrovano in queste pagine che vedono la loro origine nella forza del racconto orale, in quelle vecchie storie che la nonna gli ha raccontato e che si sono conservate, quasi inalterate, grazie alla memoria e alla ripetizione di padre in figlio. A tale nucleo originario, impregnato di magia e di tradizione, si è poi aggiunta una lunga ricerca storica unita a viaggi dello stesso autore in quella terra africana che, in una lontana primavera, diede i natali al giovane Kunta Kinte. Radici è il racconto dettagliato di una delle più deprecabili azioni compiute dall’uomo che pone in luce, dolorosamente, quanto spesso purtroppo la vita umana abbia poco valore nel momento in cui entrano in gioco la sete di potere e di ricchezza. E in questo quadro desolante fatto di dolore, di sofferenze inflitte, di uomini ridotti al rango di oggetti di scarso valore, in questo quadro orrifico, a tinte fosche, c’è chi ‒ pur divenuto merce ‒ ha avuto la forza di amare, di conservare la dignità, di attendere e di sperare in un futuro. Un romanzo intenso, commovente, toccante nel quale si muovono tragedia, tradizioni, magia, dolore: tutti elementi che non lasciano tregua nella lettura, sempre avvincente e senza cali di tensione. Peraltro, non si può affermare di aver terminato la lettura una volta chiuso il libro perché le riflessioni che esso muove rimangono intatte anche dopo, così come quelle domande incentrate sul “perché” che non avranno sagge risposte e la triste constatazione di quanto la storia, spesso, insegni ben poco.



 

 

 
 
 
 

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