Radio città perduta

Radio città perduta
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Sono passati dieci anni. Dieci anni di guerra civile. Dieci anni da quando Rey è scomparso, è andato nella giungla per il suo solito soggiorno scientifico e non è mai tornato. Norma convive con quell’assenza da dieci lunghi anni, sospesa in un tempo che scorre a velocità ormai diversa, lento e svelto come solo l’attesa lo può rendere. I giorni, così simili uno all’altro, vengono scanditi però proprio dalla sua voce: Norma conduce "Radio città perduta", un programma notturno in cui legge i nomi delle persone scomparse durante la guerra e che sono state separate da amici, parenti, amanti. È alla radio che arriva Victor, un ragazzino di undici anni proveniente dal villaggio 1797, proprio quello da cui era scomparso Rey, con una lista di nomi in tasca, l’elenco degli scomparsi di tutto il suo paese. Victor è solo, ha perso tutti, il padre sconosciuto che veniva dalla città e che non ricorda nemmeno, l’amico di infanzia che ha lasciato il villaggio da un giorno all’altro, la madre, morta tragicamente poco tempo prima. Il viaggio verso la città è stato lungo e difficoltoso, e a scortarlo alla sede della radio c’era Manau, il maestro. Ma anche quest’ultimo, incaricato di prendersi cura di Victor dalla madre del bambino, lo lascia nelle mani di Norma e se ne va, eclissandosi nella vita cittadina. Nella lista di Victor ci sono molti nomi, per Norma non sarà certo un problema leggerli con la sua voce dolce, anzi, si potrebbe anche affiancare la voce innocente del bambino, e magari alzare così ancora un po’ lo share degli ascolti. L’incontro tra Norma e Victor però smette di essere casuale quando tra i nomi portati dal villaggio la donna riconosce quello del marito, o meglio una delle false identità del marito. E così piano piano il passato di Rey diventa molto più oscuro di quanto immaginasse Norma e i suoi silenzi che aveva accettato come parte del suo debito d’amore si riempiono di informazioni pericolose: Rey aveva fatto parte della LI, la legione armata che si era opposta al governo, era stato sulla Luna, il campo di detenzione in cui venivano rinchiusi i dissidenti al regime. Ma non saranno le uniche cose che verranno rivelate a Norma a proposito del marito e del suo passato dall’incontro da questo piccolo abitante del villaggio 1797, legato alla sua storia e a quella di Rey da più di un motivo, e che metteranno Norma davanti a rivelazioni inquietanti...
Il romanzo di Daniel Alarcón costruisce un mondo universale che abbraccia la storia di tutto il Sud America, di tutte le dittature e forse di ogni guerra, in un paese senza nome e immerso nel silenzio. Un silenzio che copre come neve gli ultimi dieci anni, rendendo difficile anche ricostruire quando e perché la guerra sia iniziata, di che natura fosse il regime da combattere e se ci sia mai stata davvero resistenza, la LI di cui tanto si parla ma di cui tutti sembrano mettere in dubbio perfino la reale esistenza. In questa mancanza di parole, Norma sembra essere l’unica voce che risuona, che arriva in ogni angolo del paese e dei villaggi senza nome, identificati solo con un numero. Nella notte scandisce dolcemente dei nomi, che corrispondono a quelle perdite che si sono tramutate forse in un sogno dettato dall’insensatezza della guerra ma che tornano tragicamente a farsi reali nel momento stesso in cui vengono “pronunciate”. La stessa attesa di Rey sembra ormai fare parte della vita di Norma in un modo così “quotidiano” da perdere di concretezza, rendendo il “prima della guerra” forse solo un sogno, difficile da rintracciare ma a cui ancora ci si aggrappa per affrontare la realtà presente. Il passato stesso di Norma e Rey è scandito da continui silenzi e racconti parziali: Rey nasconde qualcosa, non dice tutto, continua a cambiare la realtà delle cose e a chiedere delle dilazioni di tempo nei suoi racconti, un “ti racconterò più avanti” che finisce per non essere mai soddisfatto. Con continui salti temporali Alarcón accompagna magistralmente il lettore attraverso le oscurità del paese senza nome, portando alla luce i misteri e le parole non dette. In ogni dittatura, infatti, in ogni guerra, le prime cose che saltano e che vengono rese inoffensive sono proprio le parole, private del loro potere perché riconosciute sempre come i più grandi nemici. Il silenzio e la perdita di significato o la distorsione delle parole sono le armi di cui si serve un regime dispotico per cancellare il “prima”, per fare piazza pulita del passato e rendere inerme la popolazione. Recuperare la propria voce è invece proprio il primo passo verso la resistenza e la riappropriazione della propria storia e quindi anche della propria libertà. È proprio questo che i protagonisti di questa storia vengono chiamati a fare, per ricordare e quindi ricostruire non solo un passato ma anche un presente diverso, con i quali finalmente fare i conti e fare pace. Bellissimo.

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