Radio Wilimowski

Radio Wilimowski

Giugno 1938. L’austero e severo professor Tomas Mieroszewski, vedovo da un anno, pensionato, è pieno di nostalgia per la perduta moglie; per lei s’era convertito all’ebraismo, in tarda età e in tempi malvagi per il mondo; con lei era rifiorito. Suo figlio, il piccolo, ipersensibile David Jan, è ammalato di tubercolosi ossea da diversi anni; non ne avrà per molto. David Jan non ha paura della morte, non ha paura del dolore: resiste, accettando il male come si accetta il passaggio dal giorno alla notte. Ha un insegnante privato, Henrik Miller, e una governante, Ruža; entrambi vedono David come se avesse un futuro, rifiutano l’idea che possa andarsene, sono come consacrati a quel piccoletto. Henrik è legatissimo a suo padre: si è licenziato solo per dedicarsi alla sua causa. L’austero professor Tomas prende una decisione: lasciare Cracovia, andare verso Sud, in cerca di caldo e di aria buona, aria di mare: Adriatico Orientale. Passano per Lubiana, in Slovenia: basta incrociare uno zingaro, in stazione, che Tomas già sente di essere sceso tra la gente del sud, tra gli slavi del sud, “focosi e sicuri di sé”. Quindi, scivolano fino a Zagabria, Croazia, per una breve sosta: Zagabria appare loro più piccola e più povera di Cracovia. Là noleggiano una Mercedes nera, da parata, con tanto di autista dal nome gogoliano; vanno per strade sconnesse e scombiccherate, sino al confine del Regno di Jugoslavia, Sušak, giusto al di là del fiume Eneo: proprio di fronte a Fiume. Sentono provenire un canto, da qualche bettola, oltrefiume: soldati italiani cantano “Vincere o morire”, come se per loro non esistesse una terza via. “Non ha senso”, si stupisce David. Riposano lassù, per una notte; poi ripartono, tappa scelta dal fato, strada franata: ecco l’amena Crikvenica (Cerquenizza), poco più giù di Sušak. Quanto profumo di mare! Il professor Tomas potrebbe decidere di fermare lì la sua piccola carovana; tuttavia la sua meta è diversa, poco oltre ancora. Vuole andare nell’entroterra, a Mirila, perché sa che da quelle parti c’è un albergo dall’aria eccezionalmente salubre, in un luogo riparato e rigenerante. Con l’aiuto di un farmacista e di qualche paesano, trasformato in portantino, s’arrampicano fino all’agognato Hotel Orion. L’accoglienza è eccezionale – qualcuno ha fatto sapere agli albergatori che si tratta di ospiti d’eccellenza, aristocratici polacchi; grande è lo stupore nei dintorni quando viene installata una gigantesca antenna radio, più potente degli altri ricevitori in circolazione. Che serva a qualche operazione di spionaggio? Tempi cupi, chi può dirlo... Nessuno riesce a capire il polacco – Radio Varsavia tiene compagnia al professore, nonostante la distanza da casa; tanta buona musica classica, da meditazione, e soprattutto le attese cronache dei Mondiali di calcio. In diretta da Strasburgo, devono giocare Polonia-Brasile, partita secca, chi perde esce dal torneo: il professore è sicuro che la Polonia batterà i fuoriclasse carioca. Il Brasile si porta in vantaggio, perentorio; i polacchi hanno un campione che potrà, forse, cambiare le sorti della partita, si chiama Ernest Wilimowski e viene da Katowice. È un ragazzo alto-slesiano, né polacco né tedesco: o più correttamente tanto polacco quanto tedesco. A casa parla in tedesco, pubblicamente in polacco. Il suo piccolo popolo è una rappresentazione vivente della tolleranza: sta per vivere un momento drammatico della sua storia; potrà sopravvivere alla sciagurata guerra che sta per venire? “Nei suoi movimenti” – scrive Jergović – “non c’era la bellezza che si poteva misurare in uno qualsiasi dei brasiliani. Ernest Wilimowski stava giocando una sua partita, incomparabile con tutte le partite precedenti nella storia del calcio, nella quale egli solo, per un suo dispetto e per disperazione, avrebbe giocato contro il Brasile e contro il mondo intero. Lui non giocava la sua partita per vincere. Giocava perché lui e i suoi non fossero dimenticati, quando sarebbe presto venuto il tempo della morte e dell’oblio”...

Radio Wilimowski è stato scritto tra 2010 e 2011, col laconico e simbolico titolo originario Wilimowski; nell’estate 2012 è stato trasmesso, a puntate, da Radio Belgrado; a ruota, quattro anni più tardi, è stato pubblicato in volume, a Zagabria; adesso, nel 2018, possiamo apprezzarne l’edizione italiana, per merito della Bottega Errante di Pordenone e della traduzione di Elisa Copetti (sulla quale tornerò più avanti), pubblicata col sostegno finanziario del Ministero della Cultura della Repubblica di Croazia. È un romanzo sentimentale, elegia della fragilità e della diversità: la fragilità di David Jan, il bambino malato, predestinato alla sofferenza e alla morte; la sua spaventosa diversità, che ammalia e sconvolge a seconda della sensibilità. E poi: la fragilità di suo padre, il professor Tomas, che invecchiando s’è accorto di quanto limitato fosse il suo controllo su se stesso, nonostante la buona educazione, e di quanto straripanti potessero essere i sentimenti; la diversità di Tomas, quell’ebraismo scelto per amore, in limpido antagonismo con tutta la sua esistenza e la sua cultura, in un momento in cui professarsi ebrei significava condannarsi alla sofferenza. E ancora: la fragilità di Wilimowski, il calciatore della Slesia, dal cuore polacco e tedesco, che giocava in Coppa del Mondo contro il Brasile per combattere l’oblio e la morte che stava rischiando il suo popolo; la diversità di Wilimowski, etnicamente complesso, d’una complessità irriducibile, una complessità condannata, come sappiamo, a una mortificazione umiliante, nonostante la sua incredibile impresa sportiva (segnò 4 gol, in una partita soltanto, nel torneo di calcio più prestigioso: oltretutto, al Brasile; un record durato oltre mezzo secolo). È certamente un buon libro, destinato a dare soddisfazione non soltanto a quanti avevano già apprezzato il bosniaco-croato Jergović per lavori come Buick Riviera (Scheiwiller, 2004) e Al dì di Pentecoste (Zandonai, 2011): è, contestualmente, una chicca per gli appassionati di cultura polacca, tedesca e slesiana e per i tifosi di calcio (la storia di Wilimowski è da “Ultimo uomo”). Vengo a un’ultima annotazione. C’è qualche grave errore filologico, nella traduzione. Ad esempio: a un tratto, si parla di viaggi datati 1938, dalle parti di “Rijeka” e “Opatiija”. Varrà la pena ricordare che, all’epoca, l’odierna Rijeka si chiamava, come del resto da parecchi secoli a quella parte, “Fiume”; mentre la povera “Abbazia”, là nei dintorni di Fiume, non era stata ancora tradotta, né letteralmente né etnicamente, in “Opatiija”. Di lì a poco, ci sarebbe passato Coppi, in maglia rosa, durante un Giro d’Italia. Erano entrambe località italiane, abitate da maggioranza relativa italiana, come da sempre era stato. Nel testo, quella piccola località di villeggiatura non viene mai chiamata Abbazia; così la povera Fiume, così la vecchia Porto Re (“Kraljevica” e basta). Curiosamente, invece, Ljubljana viene chiamata col nome italiano, “Lubiana”; così Zagreb, “Zagabria”. Non solo: altrove, ci si riferisce alla peste del 1695, ricordando i morti a “Dubrovnik”: è bene ricordare che all’epoca si chiamava ancora, come da un millennio abbondante a quella parte, Ragusa, e quel nome sarebbe durato diversi secoli ancora; il “querceto” (ciò significa la parola “dubrovnik”) che circondava la nostra quinta repubblica marinara non s’era ancora sostituito alla città, e i suoi equilibri etnici erano davvero ben diversi da oggi. Sembrano sbagli “nazionalistici”: bizzarra cosa. Si potrà e dovrà rimediare nella seconda edizione.



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