Ragazzi di vita

Ragazzi di vita
In una Roma in pieno dopoguerra – siamo nel 1946 – il Riccetto e Marcello, due adolescenti della periferia, si danno ai furti di rottami e, per racimolare qualche soldo, saccheggiano una fabbrica distrutta dai bombardamenti della guerra, la Ferro-Beton, per tutti la Ferrobedò, a Monteverde. Con i soldi racimolati il Riccetto affitta una barca con la quale, insieme ai suoi amici, si avventura nel Tevere per fare il bagno. È estate e il fiume è l’unico modo per trovare un po’ di refrigerio se non si vuole andare fino al mare di Ostia. La vita del sottoproletariato della Capitale è dura e il Riccetto impara da un napoletano il gioco delle tre carte con il quale truffa i passanti. Intanto la scuola dove Riccetto  e altri sfrattati sono ospitati crolla e Marcello viene travolto e ucciso. L’esistenza del Riccetto è fatta di espedienti: mangia alla mensa dei frati e compie furti, come quello ai danni di una signora alla quale, insieme al suo amico Caciotta, ruba il portafogli, fino a quando non conosce l’esperienza del carcere. Il Riccetto non è più una ragazzo. Ora è diventato uomo…
Era il 13 aprile del 1955 quando Pier Paolo Pasolini spediva all’editore Garzanti il dattiloscritto di Ragazzi di vita, romanzo d’esordio narrativo che procurò allo scrittore accuse di oscenità a causa della scabrosità di uno dei temi trattati: la prostituzione maschile. Malgrado le feroci stroncature di critici come Emilio Cecchi e Alberto Asor Rosa, e l’esclusione dal premio Strega e dal premio Viareggio, Ragazzi di vita ottenne un enorme successo di pubblico, mentre la procura di Milano aveva accolto la denuncia di carattere pornografico del romanzo. Ma cos’è che fece gridare allo scandalo i benpensanti degli anni Cinquanta? Si tratta di un romanzo corale che prende in esame il sottoproletariato urbano della Capitale nell’immediato dopoguerra, una cruda testimonianza della vita nelle borgate romane, ricche di miseria e di fame, i cui abitanti vivevano alla giornata, arrangiandosi alla meglio, con furti e, spesso, prostituendosi. I protagonisti, alcuni dei quali vengono presentati con il loro nome (Amerigo, Genesio, Marcello) e altri attraverso un soprannome espressionista come il Riccetto, il Lenzetta, il Piattoletta, sono al centro di avventure che vanno dal comico, al grottesco, al tragico. Vivono d’azione e si esprimono attraverso il dialetto romano. Personaggi che non si evolvono, che non trovano una soluzione che possa risolvere la loro condizione di degrado, di polvere, di fame e di violenza. D’altra parte Pasolini offre una sua personalissima visione del mito del “buon selvaggio”, perché, in fondo, nessuno dei ragazzi che egli descrive è in realtà un violento e, in un rovesciamento del punto di vista, anche il più cattivo e torbido diventa una vittima, un vinto, per dirla con le parole di Verga, un sommerso per dirla con le parole di Primo Levi. Tutto questo Pasolini lo racconta con spirito documentaristico, più che narrativo, offrendo un affresco di una città che successivamente approfondirà nell’indimenticabile pellicola “Mamma Roma”, attraverso un lessico aderente alla realtà, che altro non fa se non descrivere il degrado sociale ed economico che aveva colpito l’Italia nel dopoguerra. E nel farlo, lo scrittore ha scelto i ragazzi di vita, i deboli, uno di quelli che (secondo la ricostruzione ufficiale) nella notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 all’idroscalo di Ostia pose fine alla vita di uno dei maggiori esponenti della cultura italiana del Novecento, per dirla con le parole di Alberto Moravia, “una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile”: Pier Paolo Pasolini.

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