Ramadan all' inferno

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2005. Youssef si trova a Fez, una delle antiche città imperiali del Marocco. Lavora a fianco del padre artigiano, entrambi fabbricano babbucce di pelle. È bravo nel lavoro ma per effetto della globalizzazione e dell’ingente quantitativo di prodotti cinesi di bassa qualità, che si trovano in tutti i mercati del Maghreb, non riesce a vivere in maniera dignitosa. Confeziona calzature pregiate, ma nella sua città tutti comprano roba cinese. La crisi economica che ha investito l’occidente produce i suoi effetti anche in Nordafrica e determina un livellamento della classe media verso il basso, con conseguente calo dei consumi. Così Youssef, scoraggiato per la carenza di alternative lavorative nel proprio paese, comincia a pensare di emigrare in Italia. Vorrebbe raggiungere il fratello ed uno zio: entrambi vivono in Veneto e lavorano nell’edilizia. Si informa da un amico e comincia a preparare il viaggio. È consapevole di dover andare in Libia e da lì attraversare il mare per raggiungere le coste dell’Italia, ma viene rassicurato da una signora che funge da intermediaria sull’inesistenza di reali pericoli. “Tutto filerà liscio”, afferma la donna, che non esita a chiedergli un anticipo sul prezzo concordato per il tragitto. Il quattro ottobre 2006 il giovane arriva alla periferia di Tripoli e viene accompagnato all’interno di un capannone soprannominato “Guantanamo”. All’interno, sono ammassate circa quattrocento persone, la porta è chiusa a chiave e vi è per tutti un unico bagno alla turca posto al centro. È il periodo del digiuno rituale, e viene portato da mangiare solo la sera. Sono gli intermediari che portano il cibo, ogni sera uguale: legumi con dei pezzi di pane all’interno di grandi pentole. Youssef spera di partire, gli hanno promesso che proprio quella notte si potranno imbarcare…

Youssef Mejahed narra la propria storia di emigrante dal Marocco all’Italia attraverso la Libia e lo fa con sincerità ed estremo realismo. È un “migrante economico”, si sposta verso l’Europa perché nel suo Paese non trova sbocchi, non ha alternative. Decide di dirigersi verso l’Italia perché già alcuni dei suoi parenti vivono nel nostro Paese e si trovano bene. Anche questi ultimi hanno affrontato il viaggio da clandestini, ma la vicenda di Youssef, per eventi contingenti legati al mutamento delle rotte dell’immigrazione clandestina, diventa una tragica odissea al punto che il racconto di quell’avventura porta il titolo Ramadan all’inferno . Il periodo dedicato al digiuno ed al raccoglimento, il periodo mistico che rende tutti i musulmani uguali nella privazione del cibo e dell’acqua, diviene per il giovane una difficile prova di sopravvivenza, quasi l’anticamera della morte. E le difficoltà del soggiorno in Libia ‒ come pure i rischi del viaggio in mare ‒ Youssef li mette per iscritto, li delinea in un lungo racconto autobiografico che ha il merito della spontaneità e della sincerità. È un racconto utile per svariati motivi. Serve a comprendere il viaggio pericoloso che l’immigrato che ci vive vicino, per pudore, stenta a raccontare, serve a sfatare le tante versioni contrastanti attorno ai “lager” libici, che purtroppo esistono immutati e tragici da almeno un ventennio pur nel cambio dei vari partiti al governo, serve infine a comprendere l’emergenza sociale che definiamo “immigrazione clandestina” perché l’autore non solo descrive il viaggio per mare e la prigionia sulle coste nordafricane, ma si sofferma anche sulle vicende inerenti l’arrivo in Italia descrivendo le procedure all’interno dei centri di accoglienza, la precarietà del vivere, l’essere clandestino e sfruttato nei cantieri del ricco Nordest. Il racconto si conclude con un “lieto fine” che non è l’incontro con una principessa, né il raggiungimento di un eden fatuo e immaginario, ma è la serenità del vivere da “regolare”, sono gli affetti familiari, la casa e il lavoro. È soprattutto ‒ e questo è il grande merito di questo immigrato coraggioso ed eroico ‒ la volontà di contribuire all’evoluzione del Paese che con tanta fatica ha raggiunto in quel pericoloso e tragico viaggio durante il Ramadan. “Voglio che i miei figli sappiano che sono giunto qui, dove vivo, in Italia, non solo per chiedere ma anche per dare”, conclude infatti Youssef, affermando cosi un principio comune a molti, spesso travisato e spesso, per ragioni opportunistiche, dimenticato.



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