Rapporto della visita di Capitan Tempesta in Paradiso

Rapporto della visita di Capitan Tempesta in Paradiso
Il capitano Elias Stormfield ormai sente la morte che si avvicina. Respira affannosamente, e tutti attorno al suo letto stanno in silenzio scambiandosi sguardi eloquenti e addolorati. Le loro voci si fanno sempre più lontane, e l'ultima cosa che Stormfield sente è il dottore della nave che dice: "Ecco, se n'è andato! Alle 12 e 14 in punto". Poi, il buio: il buio più buio che possa esistere. E all'improvviso, la sensazione di volare come un uccello, anzi come un proiettile sparato verso il cielo: la nave che si allontana sempre più, il sole attraversato come una freccia dopo pochi minuti - Stormfield ha ancora al polso l'orologio - e il viaggio che continua, frenetico, nello spazio. A Stormfield si affiancano altri proiettili/compagni di viaggio: l'ebreo Solomon Goldstein, il repubblicano suicida Bailey, lo schiavo negro Sam. E il velocissimo viaggio prosegue per milioni e milioni di chilometri, mentre i quattro chiacchierano del più e del meno, dormono, fumano la pipa addirittura. Passano circa trent'anni, e Stormfield giunge su un mondo meraviglioso, ai piedi di una muraglia d'oro nella quale si apre una porta tempestata di gemme. Qui un sorvegliante lo tratta in modo burbero, mostrando di non avere idea di dove si trovi la Terra, minuscolo granello di sabbia tra infiniti mondi, popolazioni diversissime, culture innumerevoli. Un po' ferito nell'orgoglio, Stormfield fa il suo ingresso in Paradiso: da subito reclama aureola, arpa e ali, ma ben presto si rende conto che sono orpelli grotteschi e inutili, e che tutte le idee sul Regno dei Cieli che vengono contrabbandate da presti e teologi sono del tutto errate. Per dirne una, il Paradiso non è un luogo di beatitudine e ozio, ma un altro mondo in piena regola con nuovi lavori, nuovi dislivelli sociali, nuove frustrazioni... Intanto dall'Ufficio che in Cielo si occupa di valutare le petizioni, le richieste pubbliche e private espresse nelle preghiere dai fedeli, un angelo assai solerte scrive a tale Andrew Langdon, mercante di carbone di Buffalo. Le innumerevoli crudeli disgrazie che l'uomo ha augurato in cuor suo a concorrenti e vicini di casa si avvereranno: quanto alle preghiere pubbliche che ha fatto - tutte rigorosamente pie e politically correct - niente da fare, perché sono in contrasto con i suoi desideri segreti, e in Cielo si dà la precedenza a questi ultimi...
Per quasi vent'anni Mark Twain ha tenuto nel cassetto - salvo riprenderlo in mano per brevi periodi lavorandoci su limando, aggiungendo o togliendo qualcosa - un manoscritto ponderoso nel quale si prendeva gioco dei luoghi comuni sull'esistenza ultraterrena nella tradizione cristiana. Un testo che è purtroppo andato perduto, ma al quale lo scrittore fa riferimento in diverse lettere scritte nell'arco dei suddetti vent'anni e del quale nel 1909 diede alle stampe un frammento, l'Extract from captain Stormfield's Visit to Heaven che Robin ci propone in una bella edizione arricchita da qualche gustosa illustrazione anni '50 (opera di Charles Locke) e da tre lettere interessanti perché sono gli unici accenni che Twain fa all'uomo che gli ispirò il protagonista del romanzo. La figura del capitano Stormfield è infatti modellata su quella di Edgar 'Ned' Wakeman, il 70enne capitano del piroscafo America, un trombone moralista conosciuto durante due successive traversate nel 1866 e nel 1868 che in questa seconda occasione aveva raccontato al giovane scrittore di aver sognato il Paradiso, ma in una versione 'poco canonica'. L'assenza di polemiche che accompagnò l'uscita del libro - che lui riteneva pura dinamite per i moralisti - irritò da morire Twain, che quindi rinunciò definitivamente a ultimare l'opera. Peccato. Deliziosi anche i cinque brevissimi racconti in appendice, nei quali come se niente fosse, con poche parole aguzze come frecce Twain illustra la potenza di ciò che oggi definiamo 'rete amicale', attacca a testa bassa l'atroce ipocrisia di chi in Chiesa prega in coro per il bene dell'umanità e appena uscito augura la morte al commerciante rivale, illustra la sua reazione alla pioggia di lettere che gli chiedono di dare pareri su manoscritti alla quale è sottoposto - tutte invariabilmente spedite da scrittori incapaci, racconta una esperienza da quattordicenne spregiudicato nella redazione di un piccolissimo giornale locale, descrive le vite parallele di due cugini, l'uno onesto e volenteroso, l'altro capriccioso e nullafacente: più quest'ultimo combina disastri, più tutti sono pronti a farsi in quattro per aiutarlo, mentre il pio fa una brutta fine. Insomma il volumetto ci restituisce il Mark Twain di sempre: acuto, sarcastico, divertente, anticonformista e bacchettone allo stesso tempo, sempre pronto a mettere in ridicolo i vizi e le ipocrisie degli esseri umani. Senza mai rinunciare al bene prezioso dell'autoironia.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER