Rebus indecifrabili

Rebus indecifrabili
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L’ispettore Stefan Gilmour striscia i piedi per terra e si strofina le mani lamentandosi per il freddo, peggiore di quello che viene sprigionato dal bacio di una ex moglie, a suo dire. Rebus non sa rispondere, e Gilmour replica che continua a dimenticarsi del fatto che il collega sia ancora spostao, aggiungendo che immagina lo faccia per il bene della figlia. Rebus lo guarda male, ma Gilmour è già concentrato sulla tomba… L’omicidio perfetto. Almeno per la polizia del Lothian and Borders. L’assassino telefona per confessare, poi preso dal panico tenta di scappare ma viene catturato appena si allontana dalla scena del crimine. Ma ora strepita. Dice di essere innocente… il brigadiere. È questo uno degli appellativi con cui è conosciuto a Barnton. L’altro è “quel tizio dell’esercito che si è comprato il West Lodge”. Una villa enorme, troppo spigolosa, troppo gotica per il gusto moderno, molto grande per le necessità di un vedovo e della sua triste figlia… Non è facile essere Frank. Frank, il nome che gli attribuiscono tutti. Quando non lo apostrofano con epiteti come sporco vagabondo, parassita o perdigiorno. Solo la gente all’ostello e alla Social Security fa uno sforzo ulteriore: Francis Rossetti Hyslop. Rossetti. Come il pittore? No, come Cristina. La sorella poetessa. Molti lo guardano, e si chiedono come possa essere caduto così in basso con quel nome. Non sanno che in realtà lui sta risalendo sempre più in alto. Quanto ci tiene Rebus a inchiodare Willie Provan, carnefice crudele e violento? Moltissimo. Rebus se l’immagina come una crocifissione sul maxischermo alla moviola, la carne penetrata chiodo dopo chiodo…

Ventinove racconti, una media di nemmeno venti pagine l’uno. Ventinove storie, semplici, ben intrecciate, godibilissime, come episodi di una serie tv, che intrattengono, intrigano e fanno riflettere, gialli di genere in tutte le sfaccettature del termine, con ognuna delle caratteristiche che ci devono essere. Una ricostruzione accurata di una città, nella fattispecie Edimburgo, la capitale della Scozia, basata non tanto sulla pedanteria della toponomastica o degli scorci quanto sulla riproduzione precisa di un certo mood ombroso che appartiene a lei e per riverbero ai suoi abitanti, personaggi caratterizzati, riconoscibili, nei quali ci si può immedesimare (del resto è questa la fortuna del genere poliziesco, la stessa, mutatis mutandis, della tragedia classica: rappresentare con funzione catartica il male come qualcosa di niente affatto estraneo alla natura umana, qualcosa che esiste, a cui stare attenti, da cui guardarsi), un protagonista umano, carismatico, imperfetto. Ian Rankin, che ha iniziato a pensare all’ispettore John Rebus (nomen omen, non c’è che dire) a ventiquattro anni, quando era ancora uno studente di dottorato, ha creato una maschera vincente e irresistibile: in questa raccolta di testi evidentemente di epoche diverse abbiamo una summa, e lo vediamo crescere, invecchiare, fare esperienza, sbagliare, cadere e rialzarsi, vincere la sua lotta contro il crimine, accettare il pensionamento e nonostante questo continuare sempre a indagare, perché gli sarebbe innaturale non continuare a cercare la verità ogni volta che lo ritiene necessario.



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