Requiem per un soldato

Requiem per un soldato
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Alëša se ne sta davanti alla porta della baracca finché l’artigiano non lo chiama al calduccio e attacca a chiacchierarci mentre sposta le bare. In fondo al locale è seduto solo soletto su uno sgabello un altro vecchio, con gli occhiali e senza barba, in sostanza una copia raggrinzita di quello indaffarato con le bare. Ha una pelata dell’identica forma e indossa anche lui la giubba del campo con un numero sul petto; comunque anche senza quella si indovinerebbe che si tratta di un detenuto, dalla fisionomia: osserva il tipico silenzio ostinato e imperturbabile di chi sia d’accordo o dissenta su tutto. Le labbra, sigillate, sembrano prepararsi a sputare. Gli occhiali di plastica sono enormi, tipo acquario; del resto il volto del sinistro vecchio è in tema: due pescetti incolori al posto degli occhi, la bocca che pare una lumaca di mare, guance glabre e slavate. La figura pietosa e rinsecchita è incurvata a punto interrogativo, tanto che il testone calvo pende sul gracile petto. Siede con le gambe raccolte sotto lo sgabello a mo’ di scolaretto, le mani sorprendentemente scheletriche sono poggiate sulle ginocchia. Ma allorché il barbuto sceglie la bara che risponde a tutti i requisiti e, tenendola tra le braccia come un pupo, la poggia sul banco, tra i due detenuti scoppia una lite a causa di Dio, tanto insistentemente citato dal fabbricante di bare. La baracca prende a tremare dalle urla…

Requiem per un soldato è l’ultimo episodio di una trilogia che si intitola Racconti degli ultimi giorni e che ha già avuto – verrebbe da dire con pieno merito, visto che in questo romanzo pare evidente come la scrittura sia potente, la trama solida, credibile ma anche profondamente allegorica, i personaggi siano caratterizzati, l’indagine nell’animo umano complessa e la ricostruzione avvincente – molto successo e diversi riconoscimenti, tra cui il Russian Booker Prize per la prima puntata della saga, Capitano della steppa: anche in questo caso si tratta di un romanzo in cui Oleg Pavlov, allievo di Aleksandr Solženicyn, trasferisce in modo più o meno diretto la sua esperienza nei campi sovietici in Kazakistan. La Russia compresa tra l’irripetibile fulgore, dal punto di vista comunista, delle fasi più importanti della storia dell’URSS e la decadenza dei governi oligarchici molto più che corrotti è lo sfondo su cui si muovono i protagonisti di Pavlov, ed è protagonista a sua volta: il socialismo è morto, ma non arriverà la libertà. Tutto pare assurdo, come l’attesa di Drogo alla Fortezza Bastiani: basti pensare ai soldati semplici (o i graduati inferiori) che sono preposti alla tutela di strutture ormai inutili come infermerie, prigioni, poligoni di tiro, obitori. Siamo infatti a Karaganda, e il capo di un’infermeria ossessionato dai topi si prende cura del cadavere di un soldato ucciso in una sparatoria senza senso: il defunto viaggia verso Mosca, tra gelo, burocrazia kafkiana, fori in testa da camuffare, divise di gala luride… Pavlov canta con straordinaria brillantezza, a volte solo un po’ troppo diluita nella ridondanza di certe digressioni, l’insensatezza e la vanità della condizione umana universale, e induce a riflettere sul concetto stesso di speranza.



 

 

 

 
 
 
 

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