Resto qui

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Curon, Sudtirolo, anni Venti. Dopo la marcia su Bolzano dell’ottobre del 1922, con la quale i fascisti hanno messo a ferro e fuoco la città e costretto alla fuga il borgomastro, anche nelle valli di confine e nei piccoli paesi di montagna iniziano a stravolgersi le abitudini di una vita tranquilla scandita dai ritmi della natura e delle stagioni. Se fino ad ora la lingua ufficiale è stata il tedesco, “la religione quella cristiana, il lavoro quello nei campi e nelle stalle”, con l’arrivo di Mussolini strade e ruscelli vengono ribattezzati, le insegne dei negozi e persino i nomi delle persone sono italianizzati, il tedesco è dichiarato lingua proibita; le scuole, i municipi, le poste e i tribunali vengono occupati dai fascisti mentre gli impiegati tirolesi sono licenziati in tronco. Trina è una giovane maestra elementare che pur conoscendo bene l’italiano non può accedere alla scuola pubblica; accetta così di insegnare ai bambini quel tedesco che improvvisamente non possono più imparare a scuola; lo fa clandestinamente, nelle cantine, nelle stalle, nelle canoniche, ovunque sia possibile, rischiando gravi rappresaglie e persino il confino. Non sa se per coraggio o per far colpo su Erich, un contadino orfano e povero ma dall’animo buono, al quale si sente da subito legata e che sposa giovanissima seguendolo nel vecchio maso che era appartenuto ai genitori di lui. È qui che nascono Michael e Marica; è qui che trascorrono i primi anni come famiglia, con le giornate che iniziano a notte fonda per mungere le bestie e distribuire il fieno; ed è sempre qui nel vecchio maso di Curon che nell’estate del 1939 i tedeschi di Hitler vengono ad offrire la possibilità di lasciare l’Italia ed “entrare nel Reich”...

Una giornata d’estate trascorsa nel piccolo borgo di Curon Venosta è bastata a Marco Balzano ‒ Premio Campiello 2015 con il romanzo L’ultimo arrivato edito da Sellerio – per capire che sotto al campanile che si specchia nel lago di Resia c’era una storia sepolta, forse dimenticata, che aspettava solo di essere di essere portata a galla, di essere raccontata. E la ascoltiamo dalla bocca di Trina, una ragazza determinata il cui unico mondo è la valle, il lavoro nei campi e la passione per l’insegnamento ed i libri. La vediamo sposarsi, diventare madre di Michael e Marica, assistere alla scomparsa della figlia portata via dai cognati per crescerla e farla studiare in Germania. È a lei che Trina si rivolge durante tutto il racconto, quella figlia che tanto ha amato, che tanto ha atteso, della quale conserva solo un breve biglietto d’addio e la cui figura aleggia sulle nostre teste come un fantasma fino alla fine della narrazione. È a lei che Trina racconta la spensieratezza della gioventù e gli anni bui del fascismo, i mesi trascorsi sulle montagne per seguire il marito disertore ed il ritorno al borgo convinta di poter finalmente riprendere in mano la propria vita. E ancora la disillusione, quando la Montecatini rispolvera il vecchio progetto del 1921 per la costruzione di una diga , mette il tritolo nella case e riempie l’invaso d'acqua costringendo gli sfollati a rifugiarsi in squallide casupole simili a container. Trina, proprio come si chiamava l’ultima donna sfollata da Curon; quando l’acqua era già alta ‒ racconta Balzano ‒“si sono accorti che era rimasta una signora anziana, che una fotografia ritrae in ginocchio sul tavolo, con le mani strette al davanzale della finestra. Immagino Trina che grida “Resto qui!”, che punta i piedi anche quando sotto non ha più terra ma acqua. La vedo che si rifiuta di andarsene quando con una barca la vanno a prendere per portarla via di peso. Volevo una donna così, con questo attaccamento oltranzista al suo mondo e ai suoi affetti”. Ed è proprio questa caparbietà che si ama di Trina e anche di Erich: resistono, puntano i piedi contro tutti e contro il destino, anche quando sanno di non avere speranze. Fino alla fine contrastano un progresso che vuole solo la distruzione del loro piccolo mondo; Trina scrive per conto del marito i testi da inviare ai giornali e gli suggerisce le parole giuste per invitare i compaesani ad opporsi alla costruzione della diga, convinta fino alla fine che davvero le parole ‒ sua unica arma di difesa ‒ la possano salvare così come le hanno permesso di scrivere per tutti questi anni a Marica nella speranza un giorno di vederla tornare (“Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole”). Una storia di resistenza, quella di Trina ed Erich, che il potere delle parole di Balzano ci dona quale unico piccolo riscatto e consolazione nei confronti di una Storia (ancora poco conosciuta e raccontata) violenta e distruttrice.



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