Riace, una storia italiana

Riace, una storia italiana

Riace è un piccolo paese della Locride, nella Calabria jonica, famoso nel mondo per i suoi bronzi, mitici capolavori di arte greca antica ripescati in mare nel 1972, e ora anche per il suo sindaco Domenico Lucano, simbolo esemplare dell’accoglienza ai migranti. La storia di Riace paese di accoglienza comincia nel 1998, quando Lucano, allora professore di chimica, insieme a un gruppo di altri volontari si mette all’opera per riadattare case abbandonate in cui accogliere i primi rifugiati, trecento curdi iracheni. Il paese, quasi spopolato dei suoi abitanti a causa dell’emigrazione dei calabresi all’estero, riprende a vivere. Le donne, italiane e straniere insieme, riscoprono l’antica arte della tessitura. Gli uomini soffiano il vetro o lavorano la ceramica. I migranti di Riace provengono da Paesi diversi, sono iracheni, etiopi, rumeni, afghani, africani, tutti si integrano splendidamente nella comunità. Nel 2008, durante i continui sbarchi a Lampedusa, Domenico Lucano, eletto sindaco quattro anni prima, insieme ai suoi colleghi dei vicini paesi di Caulonia e Stignano, dichiara immediatamente la sua disponibilità ad aprire le porte di Riace a centosettanta migranti. Il piccolo paese cresce, l’esperienza di integrazione e convivenza che vi si svolge attira l’interesse di molti. Il regista e produttore cinematografico tedesco Wim Wenders gira un cortometraggio che racconta la vita di Riace e Caulonia, espressione di quella Calabria dal cuore grande che è stata capace di aprire le proprie case ai profughi di tutto il mondo. Ma nel 2016 le cose si complicano. Un’ispezione ministeriale denuncia il “modello Riace”, ritenuto atipico rispetto alle linee del manuale SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che regola l’accoglienza a profughi e migranti. Vengono riscontrate alcune irregolarità formali e il sindaco Lucano è indagato dalla procura di Locri. Sarà poi arrestato e posto ai domiciliari il 2 ottobre 2018 e successivamente verrà allontanato dal suo paese…

Chiara Sasso illustra in questo suo documentato e appassionato saggio come una esperienza ben compiuta e destinata al lieto fine possa essere interrotta brutalmente e ingiustamente. Le imputazioni mosse al sindaco Lucano, osserva la Sasso, sono di lieve entità: ha celebrato un matrimonio “combinato”, ha affidato la raccolta di rifiuti agli asinelli di una cooperativa di migranti, ha istituito borse lavoro. La vicenda, non fosse che il Ministro degli Interni plaude all’arresto, avrebbe dell’incredibile “nel paese degli abusi, della corruzione e della ‘ndrangheta”, nota l’autrice, anche perché nessuno mette in dubbio il disinteresse personale e l’onestà del sindaco. Eppure il modello Riace deve essere fermato. Perché? Perché non sempre legalità e giustizia coincidono e il dibattito sulla scelta tra queste due opzioni è antichissimo. Infatti esistono leggi non scritte molto più alte delle imperfette leggi umane, come insegna la tragedia di Antigone: “Potevo io, per paura di un uomo, dell’arroganza di un uomo potevo venire meno a queste leggi? Io esisto per amare e non per odiare”, recita senza esitazioni l’eroina di Sofocle. Con questo cenno al dibattito sulla disobbedienza a leggi ingiuste si conclude la prima parte del libro. La seconda ripropone, con piccole modifiche, un precedente volume della Sasso, Riace terra d’accoglienza. Da quest’ultimo, uscito nel 2012, fu tratta la fiction Tutto il mondo è paese con Beppe Fiorello, prodotta da RAI 1 ma mai andata in onda. La sua lettura è fondamentale per ripercorrere e comprendere la straordinaria avventura del piccolo paese calabrese e dei suoi cittadini. I diritti d’autore del libro sono destinati al progetto #Io sto con Riace. Raccolta popolare di solidarietà.



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