Ribellarsi non basta

Ribellarsi non basta

Da quando Marx ha lanciato ai proletari di tutto il mondo, oltre centocinquant’anni fa, l’invito a unirsi, le cose sono cambiate in tanti modi: ma la divisione continua a essere la parola d’ordine di una sinistra che ‒ almeno qui in Italia ‒ non fa che creare a ogni piè sospinto nuove divisioni, spesso incomprensibili, sempre suicide. Cosa tanto più evidente (e deprecabile) quanto più si consideri che i soggetti della politica intesa à la Marx & Engels erano quegli stessi proletari che, per evoluzioni successive sono diventati i moderni precari, disoccupati, sottoccupati del mondo moderno a ogni latitudine. I subalterni. Quelli costretti a subire una politica che non riesce mai a occuparsi seriamente dei loro problemi ‒ in buona o in cattiva fede ‒ perché sempre troppo impegnata a venerare i dogmi dell’economia, primi fra tutti quelli della competitività e della crescita. Insomma, nel modo governato dal denaro sembra non esserci più posto per il lavoro (e dunque per il lavoratore): cambiano le categorie, le industrie, le sigle e le rappresentanze sindacali, ma quello che il filosofo di Treviri insegnava allora è rimasto uguale: “il proletario vive finché lavora, ma lavora solo fino a quando ce n’è bisogno”...

Questa prima opera in volume di Fulvio Lorefice, trentenne dottore di ricerca catanese vincitore del premio Roosevelt Study Center Research Grant, non è specificamente un saggio sul comunismo, nonostante i riferimenti e le tendenze siano piuttosto manifeste, come risulta peraltro, oltre che dall’esposizione, dalla bibliografia bilingue su cui è basato. Un libro che è evidentemente frutto di uno studio accademico, ma che per lo stile divulgativo intende probabilmente rivolgersi a un pubblico più ampio, se non direttamente alle masse. Quelle masse ‒ si preferirebbe forse “popolo”: ma si può realmente dirlo oggi, con cognizione di causa e aderenza alla realtà? ‒ dalle quali è necessario ripartire per rifondare la politica nell’epoca della rete e della democrazia telematica. Non perché, come sarebbe forse auspicabile ma probabilmente illusorio, il tempo del partito e dei leader sia definitivamente tramontato; ma perché in ogni caso è sempre necessario organizzare la massa affinché in una democrazia gli uomini possano incidere sulle scelte che più gli stanno a cuore. E perché si diventa sacrosantamente intolleranti verso i soprusi di partiti che tendono ad accaparrare il potere nelle proprie mani senza che questo provochi ricadute positive per gli elettori (è il caso eclatante delle votazioni con liste bloccate). Oggi il voto è meno efficace perché sempre frammentato e spinto dall’onda emotiva e anomala degli ultimi dieci giorni di campagna elettorale. Una volta il problema era l’ignoranza; ora è la mancanza di rappresentanza. A chi giova tutto ciò? Certo non ai più. Indignarsi non basta, ci vuole organizzazione. Compito politico per i prossimi cinquant’anni, che però deve partire… adesso.



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