Ribelli d’Italia

Due miti abitano gli ultimi due secoli di storia italiana: il mito della rivoluzione palingenetica e quello della rivoluzione tradita. Il primo nasce da un’analisi apocalittica della realtà presente, giudicata “assolutamente negativa e non riformabile”: un gruppo di eletti (avanguardia rivoluzionaria che invariabilmente agisce in base a ideali e non a interessi come ovviamente fa la classe dominante responsabile dello sfacelo) si arroga “l’alto compito, la missione possiamo dire, di promuovere e guidare una mobilitazione del popolo, concepito – in un’ottica riconducibile a Rousseau – come un’unità indifferenziata esprimente una sola indivisibile volontà”. Il popolo quindi spazzerà via il vecchio stato di cose corrotto e decadente dando vita a un “mondo nuovo”, “l’inizio del regno millenario della giustizia, della libertà, della perfetta, eterna armonia”. Ma poiché questo puntualmente non avviene e al massimo succede che un altro sistema disastroso si sostituisce al precedente, ecco che nasce il secondo mito: il Risorgimento è stato tradito, il fascismo è stato tradito, la Resistenza è stata tradita, il Sessantotto è stato tradito, il Settantasette è stato tradito e così via. “Responsabile di tutti questi tradimenti sarebbe un moderatismo borghese, utilitaristico, antipopolare”. Scriveva Antonio Rosmini nella sua Filosofia della Politica: “Il perfettismo, cioè quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica i beni presenti all’immaginata futura perfezione, è un difetto dell’ignoranza” e “implica la soppressione della libertà, perché l’ideale raggiunto sarebbe uno stato di perfezione instabile esposto a tutti gli attentati degli individui alieni, per una ragione o per l’altra, da quell’ideale di perfezione”…

Il lucchese Paolo Buchignani, docente di Storia contemporanea all’Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria e collaboratore fisso di riviste specializzate come “Nuova Storia Contemporanea” e “Nova Historica”, racconta il sogno della rivoluzione, che in Italia si è dimostrato (ed è ancora oggi) particolarmente vitale e incisivo, “Un’idea potente e trasversale, fonte allo stesso tempo di grandi speranze e di luttuose tragedie: la patologia di un secolo, il Novecento, segnato da guerre e totalitarismi”. E lo racconta dal 1861 al 1978 in un saggio documentato e interessante (sebbene tutto teso alla dimostrazione della tesi inziale), passando per socialismo e fascismo, comunismo, terrorismo brigatista e neofascista ma partendo da Alfredo Oriani, pensatore capace di influenzare profondamente sia estrema destra che estrema sinistra. La tesi di Buchignani è che nel nostro Paese non si sia mai affermata una vera cultura politica riformista proprio per la persistenza - in ogni schieramento politico e nel sentire popolare - di un tenace estremismo magari mosso da sinceri slanci di rinnovamento, dall’aspirazione alla giustizia sociale, ma che può portare solo a forzature, illusioni e violenze. Insomma, per dirla con Gaetano Salvemini, “Se in questo mondo, pretendendo un paradiso impossibile, demoliamo il purgatorio, andremo a finire senz’altro all’inferno”.



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