Rien va

Rien va

T.L. siede alla sua scrivania, la penna in mano, davanti al diario. Nottetempo, prima del caffè delle quattro in punto al bar sotto casa, in attesa della nuova alba e del nuovo giorno. La penna si getta sulla pagina del diario “per passare il tempo o per digerire”. Opprime, quella stanza, opprime il fumo delle sigarette, opprime il tempo che passa lentamente. Ore da colmare. La mano si stanca sul foglio. Opprimenti doveri bussano alla porta: lavori per lucro, traduzioni e introduzioni, autori russi amati e odiati, lavori per quattrini! Quattrini! Presto arrivati e subito sfumati. Opprimenti legami familiari: paralizzano e avviliscono e proprio questi luoghi abitano gli uomini che non possono fare a meno di tali legami. Preme, alla porta, l'uomo. L’uomo di domande fuggitive: di sguardi oltraggiosi su menomi particolari, su frammenti di carne e di spazio e di colore, su alcuni rapporti, su illusioni e luoghi comuni e luoghi scontati: qui soffermandosi con dolore, con insistenza, muovere verso qualcos'altro, altro rapporto, altro luogo, altro colore, ma subito la mano si stanca, le parole si scombinano, quel particolare passaggio-idea che brillava nel pensiero si è dissolto prima di essere tradotto in scrittura. E allora, perché scrivere un diario? Scrivere di sé, dell’avventura paterna, della viltà (non codardia “coraggio tradito”, ma viltà), della tendenza all’abbrutimento, alle bassezze? Perché, seguitare a tentare inutilmente di tratteggiare a parole l'ansia e lo smarrimento? La terribile angoscia notturna e il candido mattino? A ogni modo, seguitare è necessario…

Rien va, Tommaso Landolfi dal 4 giugno 1958 al 24 maggio 1960. I primi due anni della figlia, Idolina. Nulla va, diario ostinato del quotidiano dissolversi: il rumore delle questioni materiali, il relativo formarsi e disgregarsi con carico di ansia e speranza, il peso del corpo così nudo sulla pagina di fronte allo smarrimento notturno, la sospensione prima di un giorno che arriverà, forse troppo da sopportare: terribile, nel cuore della notte, la devastazione dell’angoscia sita negli opposti irrisolvibili e inevitabili. Landolfi si calunnia, prova disgusto, si “flagella” per poi, dal segmento opprimente di carne, da un brutto verso (un versaccio) “allargare all'infinito”. Fallire, forse, stancarsi e tagliare di netto il ragionamento, farlo vano, deriderlo, scappare dall’immagine di sé. Eppure, qualche rigo dopo, tornare e osservare/osservarsi da una sorta di (esperienza di disgregazione fisica in) “paralisi metafisica”. Nulla va. L’opprimente carne del mondo: le illusioni, la confusione, la pluralità, la stolida materialità. Il senso di vuoto che lo circonda: il continuo tornare a visitare la morte. Tra i poli, lotte intestine e veglie notturne, intercalano gli scherzi e i lamenti intorno alla scrittura-dovere: poter ricevere i sudati e urlati quattrini che non sono mai abbastanza (che, anzi, fuggono appena dopo aver bussato alla porta di casa)! Ecco, a fare da contrappunto al peregrino crepuscolare, la Minor, la figlia neonata: eccola rimandargli lo sguardo, in nitidi tratteggi farlo cantare di meraviglia come sforzarsi di confessare l’odio, la distanza. Poi, al suo modo, scomparire, sfumare confondendosi come le parole dalla sua mano cercate.

 

 

 

 
 
 
 

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