Riflessi da un paradiso

Riflessi da un paradiso
E’ difficile che il cognome Bertolucci suoni nuovo ad un qualsiasi italiano. Per quasi tutti il riferimento immediato è Bernardo Bertolucci, vincitore, tra gli altri premi, di nove premio oscar con “L’Ultimo Imperatore”. Altri si ricorderanno anche del di lui fratello, Giuseppe, più sceneggiatore cinematografico che regista. In pochi saranno, soprattutto dei più giovani, a ricordarsi di Attilio Bertolucci, padre dei due grandi uomini di cinema sopra citati e sicuramente colui che ha instillato l’amore per la settima arte in Bernardo e Giuseppe. Attilio Bertolucci, quasi sempre citato come il poeta Bertolucci, è stato in realtà molto più che un “semplice” scrittore di versi di rima. E’ stato l’incarnazione perfetta di quello che una volta veniva definito “animatore culturale”, essendosi occupato, e spesso distinto, ora di poesia, ora di cinema, ora di critica, ora di sceneggiatura, televisione, storia dell’arte e infine anche interpretariato e traduzione. E’ nel 1925 che Attilio, poco più che quindicenne, scopre il mondo del cinema: l’iconografica immagine di un ragazzino sprofondato nelle poltrone delle sale buie e fumose dei cinema di allora, incantato davanti ad immagini in movimento che prima di allora non aveva mai nemmeno sognato di vedere, nel periodo del grande cinema muto e delle sue celeberrime dive, non è molto lontano da come ci immaginiamo il piccolo Bertolucci quando giorno dopo giorno andava ad amminare i capolavori di Chaplin, Dreyer e Murnau. Fino a quando fa di questo amore, così puro ed incontaminato, il suo lavoro, o almeno parte del suo lavoro. All’attività di poeta affianca infatti quella di giornalista cinematografico, scrivendo quotidianamente su “Gazzetta di Parma” e “Giovedì” tra il 1945 e il 1953. Gabriella Palli Baroni ripropone in questo voluminoso ed impegnativo tomo gran parte della sua attività di critico e recensore cinematografico, infarcendo il libro sia dei pezzi più estemporanei e all’impronta, scritti appunto per la “Gazzetta”, sia di quegli scritti più ragionati e di più ampio respiro pubblicati sul “Giovedì”...
La magia di questa raccolta è doppia: da una parte dagli articoli riportati, completi di titolo originale, note a margine, data e luogo di pubblicazione, traspare tutto l’acume interpretativo e la capacità critica dell’autore di analizzare film dalle fogge più disparate, dall’altra riflettono la fervente passione dell’autore per la settima arte, che ha conosciuto come semplice spettatore negli anni del muto e che è chiamato a giudicare in uno dei momenti più fiorenti ed interessanti che il cinema abbia mai toccato. Sono gli anni di “Arsenico e vecchi merletti”, ma anche quelli di “La dalia azzurra”, di “Dumbo”, ma anche de “Il tesoro della sierra madre” e di “Ladri di biciclette”. E’ una felicità, una soddisfazione amarissima quella del lettore di Riflessi da un paradiso, curioso di seguire il percorso critico giornaliero di un illuminato critico, ma spossato dal gap con il proprio presente cinematografico: se Attilio Bertolucci ogni sera andava al cinema galvanizzato per recensire certi capolavori, ha ancora senso il mestiere del critico della settima arte, costretto a sorbirsi giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, l’ennesima polpetta dell’ultimo clone dell’ultimo Tornatore? Non è un libro facile quello curato da Gabriella Palli Baroni. Non lo è per mole e per contenuti. Approcciare una raccolta di recensioni di oltre cinquecento pagine non è facile. E’ ancora meno facile leggerla dalla prima all’ultima pagina. Il mio consiglio è prenderla a spizzichi e bocconi, leggendone un paio di scritti per volta, magari ci si trova a rispolverare un Hitchcock che si voleva rivedere da tempo. Per poter calarsi per qualche minuto nei panni di una figura ormai scomparsa: quella del recensore, sempre perennemente affascinato da quelle immagini in movimento che per noi sono diventate niente più che normalità.

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