Rimbaud e la vedova

Rimbaud e la vedova

Per commemorare i cento anni dalla nascita di Arthur Rimbaud, nel 1954 si tennero svariate cerimonie, in Francia in primis, ma anche nel resto del mondo. Convegni, letture, realizzazione di busti del poeta (con esiti spesso infausti), ed una manifestazione itinerante che seguiva a tappe i viaggi del poeta, soffermandosi sui luoghi che maggiormente influenzarono Rimbaud o comunque di interesse storico, con valenza quindi sia letteraria che politica e commerciale fra gli Stati partecipanti. L’Italia non prese parte a niente di tutto questo. Così, passati circa vent’anni da quella data, Milano ha celebrato autonomamente ‒ e per vie traverse ‒ un altro centenario, quello della permanenza del poeta in Italia, avvenuta appunto nel 1875, per tre o forse quattro settimane ma la durata è incerta; il 1875 è un anno particolarmente significativo nella vita di Rimbaud in quanto viene visto come una sorta di spartiacque tra il periodo di creatività e produzione letteraria e quello della rinuncia e del silenzio del poeta. Rimbaud arrivò in Italia (per quale motivo ancora non è noto) dopo essere stato per circa due mesi a Stoccarda, e dopo un lungo viaggio a piedi; le sue tracce sono polverose e poco vi è di certo in questa sua permanenza. Ardengo Soffici, saggista e artista italiano vissuto a cavallo fra il XIX e XX secolo, dopo un suo soggiorno in Francia nei primi anni del novecento, si dedicò alla figura del noto poeta, e ne scrisse un saggio con una dedica: “Alla ignota Signora milanese che soccorse e forse amò Rimbaud, affamato vagabondo per l’Italia”. E così che ci si trova a chiedere: chi era questa misteriosa signora di Milano?

Edgardo Franzosini non è nuovo a questo genere di narrazioni, che gli riescono non a caso molto bene. La storia del soggiorno in Italia di Arthur Rimbaud è quanto mai oscura e incerta mentre è preciso l’intento di tentare di ricostruire questo periodo e di riuscire a capire l’identità di questa ignota signora di Milano dove il poeta prese alloggio. Gli indizi sono quasi nulli. Eppure, partendo da un piccolo bristol, un bigliettino, l’autore comincia a raggruppare tessere di un puzzle di cui non si conosce l’immagine finale, come un detective che studia le mosse dell’assassino sulla sua lavagna luminosa, facendo diventare noi lettori degli spettatori avidi di conoscere la verità e di giungere alla conclusione, sempre più centrati e concentrati e seguendo fiduciosi Franzosini per piste che a volte ci avvicinano e a volte ci allontanano dall’obiettivo iniziale. L’autore sceglie volontariamente queste ombre nella vita di personaggi, solitamente alla luce della ribalta. Come ha affermato lui stesso in una bella intervista di qualche anno fa pubblicata su “la Repubblica”, “Il personaggio che scelgo deve essere insolito, ma non eccentrico per il semplice gusto dell’eccentricità. Deve avere quello che io chiamo un grumo di sofferenza umana. (...) La sua deve essere una vita riservata”. Il soggiorno a Milano di Rimbaud, poeta tormentato e dalla vita movimentata, soddisfa tutte queste richieste. Si legge bene, si conoscono lati del poeta davvero pochi noti, si ha a che fare con un metodo di narrazione mai banale e noioso. Per lettori curiosi.



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