Risvegli

Risvegli

1969. Il giovane e brillante neurologo Oliver Sacks lavora ormai da quasi tre anni al Mount Carmel, un piccolo ospedale per lungodegenti di Bexley-on-Hudson, un sobborgo di New York. Tra i ricoverati ci sono 80 pazienti con sindrome postencefalitica. Si tratta dei reduci di una misteriosa pandemia apparsa nell’inverno tra 1916 e 1917 e finita solo nel 1927, un’encefalite virale che ha ucciso milioni di persone e ne ha ridotte altrettante a zombie che “passano le giornate seduti, immobili e silenziosi, totalmente privi di energia, di slancio, iniziativa, motivazioni, appetiti, affetti o desideri”. Quando George Cotzias pubblica dati stupefacenti su pazienti parkinsoniani trattati con un precursore della dopamina, la levo-diidrossifenilalanina o L-dopa, in dosi molto elevate, in un clima di esaltazione e fiducia Sacks e il suo staff avviano questi pazienti affetti da encephalitis lethargica alla terapia col farmaco sperimentale. Nei successivi tre anni, il piccolo ospedale è teatro di avvenimenti sorprendenti, di inattesi risvegli, che puntualmente Sacks registra in un diario...

Un saggio di Neurofisiologia, ma anche e soprattutto lo struggente racconto di una breve ma travolgente stagione di vitalità in una comunità di pazienti “bloccati” da una sindrome poco conosciuta dal pubblico e molto eterogenea nelle manifestazioni (pazienti che in realtà erano ricoverati al Beth Abraham Hospital del Bronx, Sacks nel libro dà indicazioni diverse per motivi di privacy). Nonostante l’indubbio appeal romantico della vicenda, Risvegli - clamoroso bestseller in Italia alla fine degli anni ’80 - è un libro non facilissimo da affrontare: innanzitutto perché per metà è costituito da complesse riflessioni cliniche e filosofiche sul parkinsonismo, e poi perché anche l’aneddotico racconto dei casi clinici, che non presenta difficoltà di comprensione, scuote profondamente il lettore (la mancanza di un lieto fine ha un’influenza decisiva, temo). A rendere il viaggio nelle sofferenze – ma anche nella felicità – dei malati di encefalite letargica risvegliati dalla L-dopa un’esperienza comunque affascinante contribuisce molto la scrittura scorrevole e colta di Oliver Sacks, per i numerosi critici del neurologo la sua principale virtù, ben più spiccata delle doti professionali. Ma forse lo scarso successo del libro tra i colleghi di Sacks sta nell’approccio: “Il mio scopo”, scrive infatti il neurologo statunitense nella sua prefazione all'edizione originale del 1973, “non è di sistematizzare, di considerare i pazienti come sistemi; è invece di rappresentare un mondo, una varietà di mondi: i paesaggi dell’essere in cui dimorano questi pazienti. E la rappresentazione di tali mondi richiede non una formulazione statica e sistematica, ma un’esplorazione attiva di immagini e prospettive, un movimento agile e continuo dell’immaginazione”. Una curiosità: non esiste solo un film per la regia di Penny Marshall con Robert De Niro e Robin Williams tratto dal libro, ma anche una pièce teatrale firmata da Harold Pinter e intitolata A kind of Alaska.



 

 

 
 
 
 

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