Ritornano le Tigri della Malesia

Ritornano le Tigri della Malesia

Il portoghese Yanez de Gomera e il malese Sandokan solcano i mari del sud a bordo della loro Mentirosa, all’apparenza un innocente veliero, in realtà un temibile vascello a vapore dotato d’artiglieria. Con loro un’equipaggio composto da cinquantina di uomini, con ruoli diversi ed intercambiabili. Ma molti di più risponderanno al loro appello: le tigri stanno tornando, con l’intenzione di svelare il mistero della neonata Compagnia britannica. Assediati dalla stampa, tallonati da sicari tatuati con un rombo in cui è iscritta una S, scoprono villaggi saccheggiati, depredati, bruciati: le dicerie parlano di uomini guidati da demoni, accompagnati da cani assassini, che agiscono avvolti in una nebbia verdastra. Il loro amico Kammamuri e la sua anima gemella Bah, la pantera nera, vengono sequestrati; Lázaro, il banchiere delle tigri, è sorvegliato; i loro conti bancari, bloccati. Da Singapore scrive loro una lunga lettera Ben Barak, il loro corrispondente segreto, infiltrato nell'apparato coloniale britannico, che racconta di una fantomatica società segreta che si sarebbe insediata nell'isola del Borneo. Da Nuova Calcutta arriva anche la lettera di Tremal Naik, il terzo fratello delle Tigri, che, sul letto di morte per avvelenamento, chiede di essere vendicato...
Nel centesimo anniversario della morte di Emilio Salgari, questo romanzo vuole essere  l’omaggio di un suo grande allievo, Paco Ignacio Taibo II, il quale sembra non aspettare altro che raccontare il ritorno delle Tigri della Malesia, mettendoci dentro tutto il suo spirito narrativo, ribelle e antimperialista. La Storia, la fantasia e la memoria “sono i tre principali ingredienti per un scrivere un romanzo”, spiega l'autore in “Pulp Libri” per Tropea editore, “e Ritornano le Tigri della Malesia gioca incessantemente proprio con questi tre elementi, cerca di condensarli”. Senza uscire dal romanzo d'azione caro a Salgari, anzi immergendosi nelle sue atmosfere, Taibo II inserisce nella storia una miriade di personaggi secondari ma anche autonomi, come la francese Adèle, superstite della Comune di Parigi, o il professor Moriarty, il genio del male che fu antagonista per eccellenza di Sherlock Holmes, o la lettera di Friedrich Engels, che ringrazia Yanez degli appunti sul comportamento degli orangutan, per lui utili a scrivere il suo saggio sul ruolo del lavoro nell'evoluzione dell'uomo, o ancora Kipling, José Marti. La storia è volutamente lasciata in sospeso: - e adesso dove andiamo? Chiede Yanez a Sandokan. Se è vero che Mompracem appartiene ormai al passato, l'idea e il mito di questo luogo non muoiono: “questi poveri imperi governati da imbecilli non possono uccidere un mito”, conclude. Perché, spiega l'autore, “possiamo vivere senza Volkswagen, senza frigoriferi, ma non possiamo vivere senza miti”, senza il mito la società si trasformerebbe in “qualcosa di piatto, debole, soggetta agli andirivieni dell'immediato”, mentre il mito ci dà forza quando questa ci viene meno.

 

 

 

 
 
 
 
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