Ritorno dall’India

Anni ’90, Ospedale di Tel Aviv. Il professor Hishin, esperto chirurgo, è in sala operatoria e sta completando un intervento su una paziente. Accanto a lui l’anestesista, le infermiere, i suoi due assistenti. Uno di loro, l’ambizioso Benji Rubin, si domanda perché mai Hishin voglia suturare l’addome della paziente in prima persona e non lasci questa incombenza a lui per fargli fare pratica. D’un tratto il chirurgo viene convocato dal direttore sanitario, Lazar. Con un gesto di disappunto Hishin lascia il lavoro da completare al dottor Vardi, l’altro assistente. Rubin è deluso, sconfortato e furioso: quella scelta è la prova che quando il loro periodo di prova terminerà, sarà Vardi a essere scelto per restare in Chirurgia. A lui invece toccherà “vagare per altri ospedali alla ricerca di un lavoro”. A scuoterlo dai suoi foschi pensieri una giovane infermiera, gli comunica che è atteso nell’ufficio del direttore amministrativo da Lazar e Hishin. Un po’ rincuorato, Benji attraversa l’ospedale con ancora indosso il camice verde imbrattato di sangue, la mascherina che gli pende al collo, il capo coperto, i sacchetti sterili di nylon che frusciano intorno alle scarpe. Il chirurgo e il direttore lo attendono sorridenti ma non per parlargli del suo futuro all’ospedale, come Rubin sperava: vogliono affidare al giovane medico una missione, accompagnare Lazar in India per assistere e riportare in Israele la figlia del direttore, in India da sei mesi, che purtroppo si è ammalata di epatite B acuta. Rubin è deluso: non ha nessuna voglia di viaggiare con il direttore dell’ospedale in un posto sperduto della campagna indiana, ma Hishin gli consiglia di accettare, non solo per il fatto che è un viaggio interessante – e gratuito – in un posto in cui chissà quando il giovane avrà occasione di tornare, ma per l’occasione unica di stabilire con Lazar un rapporto di confidenza che potrà tornare utile al ritorno a Tel Aviv per ottenere un posto in ospedale. Benji torna a casa, pensa molto alla proposta e nel pomeriggio prende la decisione di rifiutarla: è convinto che Hishin abbia suggerito il suo nome per avere un modo elegante di sbarazzarsi di un assistente scomodo senza nemmeno aspettare la fine del suo anno di prova. La sera sale in moto e si reca all’appartamento di Lazar, determinato a declinare – con più gentilezza e tatto possibili – la proposta del direttore. Ma lo trova in preda a un ardore travolgente, impegnato a organizzare la spedizione assieme a sua moglie, una signora sovrappeso con gli occhiali sui cinquant’anni. I coniugi lo tempestano di domande e Benji non ha cuore di deluderli, anche perché nello sguardo della signora avverte una energia che non ha mai percepito prima…

“Ho cominciato a scriverlo nel 1991, quando mi sentivo stanco di un dibattito politico e ideologico in cui ero coinvolto da troppi anni. Mi sono detto: ora basta, le condizioni per la pace ci sono, prendo una vacanza dalla politica per scrivere un libro d’amore”. Descriveva così lo stesso Abraham B. Yehoshua in un’intervista di molti anni fa le premesse che hanno portato a questo romanzo dal successo planetario che racconta la crisi esistenziale, sentimentale e professionale di un giovane medico che si percepisce come un chirurgo dall’avvenire brillante mentre è giudicato dai colleghi al massimo un buon internista che ha nella gentilezza la sua migliore qualità. La “larva” Benji Rubin diventerà una “farfalla” in India, ma non grazie all’atmosfera mistica di quei luoghi o all’influenza di qualche santone locale. L’epifania arriva grazie a una cinquantenne bruttina e sciatta, ma pervasa da una sessualità rapace e materna al tempo stesso. Quando tornano in Israele, i protagonisti di questo improbabile triangolo cercano di tornare alle loro vite normali ma volenti o nolenti sono stati toccati da un’energia che non riescono a controllare, che ormai vive dentro di loro. Benji non a caso sposa una hippie con la mania dell’India, fa una figlia con lei ma non riesce a dimenticare Dori e quando il marito della donna muore durante un’operazione di bypass al cuore – intervento al quale Rubin partecipa in prima persona in sala operatoria – non può fare a meno di provare e rimettere in piedi la relazione con la vedova, con risultati devastanti per la sua vita. “Nel piano originario era previsto che Benji alla fine si suicidasse, come le eroine ottocentesche. Ma il personaggio si è rifiutato di morire, ha forzato verso la vita e ha vinto. Non aveva in sé sufficienti elementi distruttivi per rendere credibile un suicidio”, spiega ancora Yehoshua. Lo scrittore israeliano racconta questo amore asimmetrico e doloroso con la consueta ironia e l’incedere elegante che ha conquistato i lettori di tutto il mondo: forse il romanzo si sarebbe giovato di qualche taglio qua e là, emozioni potenti e cali di tensione si alternano senza soluzione di continuità, ma non è forse così anche per le nostre vite? Come Benji Rubin guardiamo a noi stessi a livello tutto esteriore, senza mai capirci a fondo. “Benji non è complicato, perverso o eccentrico come i personaggi di altri miei libri: è normale. Per questo tanti si sono identificati in lui. In Israele in molti mi hanno scritto per dirmi: Benji sono io”: e Yehoshua descrive appunto lo spettacolo misero e glorioso della nostra vita con l’abilità di un maestro che può permettersi anche il lusso di annoiare, se è necessario.



 

 

 

 
 
 
 

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