Ritorno nella piccola città

Ritorno nella piccola città
In fin dei conti ecco com’è che andò veramente il giorno in cui il nonno mandò all’altro mondo quel nero colpendolo con un bastone dritto in fronte, quello che aveva rubato la Buick di sua sorella, che il nonno e il babbo e il signor Clay Weathers avevano dovuto inseguirlo a rotta di collo fino a quando la Buick non si era impantanata e il nero era scappato e il nonno l’aveva rincorso, seguito a sua volta dal babbo e dal signor Clay Weathers, che non avevano potuto che trattenere il nonno mentre il nero non era ancora morto perché il nonno non l’aveva ancora colpito col bastone ma solo con qualche pugno in bocca, fino a quando il nero non aveva cominciato a sproloquiare contro il nonno, la zia, il babbo e tutta la nostra famiglia, allora il babbo e il signor Clay Weathers avevano semplicemente lasciato andare il nonno, che aveva colpito il nero con un bastone dritto in fronte e allora sì che era morto davvero, che poi lo sceriffo aveva detto al nonno di non prendersela troppo visto quel che era successo e per quale motivo era successo quel che era successo, perché c’è gente che ha bisogno di essere ammazzata, proprio così aveva detto lo sceriffo, anche se il babbo dice che il nonno aveva fatto quel che aveva fatto per via del suo temperamento, oppure emotività o, come dice zia Sore, follia vera e propria, ereditata magari non dal bisnonno ma addirittura dal prozio Jack che, per via di un mulo rubato, aveva ammazzato un indiano, anche se a dirla tutta zio Jack si era limitato a riempirlo di botte e a prenderne altrettante se non di più, fino al punto di venir quasi infilzato col coltello dal manico d’osso dell’indiano, mentre era stata zia Della a sparargli con un autentico Sharp calibro 50 per la caccia al bisonte, arma dal rinculo micidiale che l’aveva fatta sedere a terra e aveva mandato l’indiano al creatore, e questa è una storia che io non conoscevo e che nessuno mi avrebbe raccontato se non fosse successo che Bill Ed Myrick Jr., che l’aveva saputa da suo padre, me lo disse e mi disse “Un nero” e poi mi disse anche “con un bastone” e non bastò che io gli dicessi “No!” e lo picchiassi, per poi tornare a casa, sedermi sul letto a fissare la parete, cosa che non facevo mai e che fece insospettire mia madre, che chiamò il babbo e zia Sore e quando seppero cosa mi aveva detto Bill Ed Myrick Jr., del nero e del bastone, si sedettero attorno al tavolo e cominciarono a raccontarmi le storie di famiglia…
Dopo quasi 400 pagine senza respiro e senza pause, si chiude il cerchio attorno ai racconti e agli aneddoti della famiglia Benfield della cittadina di Neely. Un’allucinante agglomerato di storie messe giù a grappolo, dove quella del nonno all’inseguimento della Buick e del prozio Jack alla riconquista del suo mulo rubato ne sono solamente testa e coda. In realtà si dovrebbe raccontare anche tutto quel che ci sta in mezzo, ma come si fa a riassumere un fiume di parole in piena, dove il periodo più breve riempie tre quarti di pagina con micro racconti che prendono spunto da quel che si stava narrando, che sono finestre che si aprono e si chiudono, che sono radici in perenne crescita e scissione, tanto che ne vieni contagiato e non puoi fare a meno di metterti a pensare e a parlare a ruota libera, tirando fuori dal cappello qualsiasi cosa ti venga in mente, facendola apparire e scomparire. Leggere questo libro è una dura ma piacevole prova, il tipico fenomeno del piccolo dolore che diventa un sadico gusto, che insegna molte cose sulla capacità di inondare un libro con migliaia di situazioni, dotate ciascuna di vita propria ma collegate strettamente l’una all’altra come le perle al filo di una collana. Si transita letteralmente da un luogo ad un altro, guidati da un narratore sapiente, intrattenitore e imbonitore a volte simpatico, a volte serioso, tutto nella giusta misura. Ci son le beghe di famiglia, i litigi storici tra due vecchi soldati sudisti diventato astio che per tradizione si tramanda di padre in figlio, si narra di come un circolo di badesse riuscì a convincere un vecchio sudicio a lavarsi con la scusa di commemorare un fantomatico Sant’Elfin, il cui simbolo era un catino e una spazzola, si torna al mulo rubato, all’indiano sparato, alla Buick rubata, al nero pestato. Si entra e si esce da una stanza all’altra senza quasi rendersene conto. Alla fine, col fiatone, si tira un sospiro di sollievo, si sorride appagati.

 

 

 

 
 
 
 
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