Ritrovarsi a Parigi

Ritrovarsi a Parigi
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In quella mattina piovosa del 2 agosto, Pierre Fauré lascia Parigi dalla Gare d’Austerlitz, diretto al sud; si è lasciato convincere dal suo vecchio compagno di liceo François (detto “Zisel”), incontrato due settimane prima per caso, ad andare a trovarlo nella sua proprietà in un angolo del Midi: una zona particolarmente silenziosa, fatta eccezione per i soli rumori della natura. Niente gas, niente elettricità, niente radio. Muri scrostati e sgabelli traballanti. Pierre è abituato a ben altro, ma si è scoperto ad accettare senza pensarci troppo. E ora è pentito, questo viaggio non gli sembra più così opportuno (considerato anche il meteo disastroso), ma ormai il biglietto è fatto. L’uomo divide lo scompartimento con un vecchio contadino e le sue tre figlie ‒ i quali mangiano tranquillamente pane e salame e bevono bicchieri di vino rosso che rischiano di rovesciarsi ad ogni frenata – e con una matrona che non smette di lavorare a maglia mentre risponde paziente al suo fastidioso bambino, che continua a fare domande di ogni tipo facendo crescere l’irritazione in Pierre. I ricordi di infanzia e della guerra accompagnano l’uomo per tutto il tragitto, prendendo una traiettoria in simbiosi con il movimento del treno, che si ferma e riparte; si ferma e riparte… I volti dei suoi familiari – suo padre, sua sorella, sua zia Justine, ma soprattutto il più caro, quello di sua madre ‒ si frappongono al variegato paesaggio che scorre veloce davanti al suo finestrino, fino a destinazione, dove c’è François ad attenderlo sotto ad un immenso ombrello nero. Il suo amico aveva ragione: è bellissimo là, in mezzo alla foresta, a ridosso del fiume. Pierre viene presentato alla famiglia del suo amico: la moglie e sua nonna, due bambini, un maschio e una femmina rispettivamente di sette e cinque anni. Dopo cena, l’uomo si ritira nel suo alloggio e, stesosi sul letto completamente vestito, si assopisce per poi svegliarsi verso sera sotto lo sguardo sinistro di una donna, che continua a fissarlo stando in piedi davanti alla porta. Sembra un’apparizione, così immobile, con quell’aspetto così selvaggio, disordinato. E invece è vera: si chiama Marie, e sarebbe finita di sicuro in manicomio se nell’estate del 1940 François non l’avesse raccolta sul ciglio della strada e ospitata nella sua proprietà…

Abituati come siamo alle figure ambigue, egoiste ed ambiziose proposte dalla letteratura odierna e dalla fiction, un personaggio come Pierre Fauré potrebbe sembrarci quanto mai surreale: un’anima semplice, un uomo talmente buono da trovare nell’altruismo l’unica ragione di vita. Ha un anonimo impiego come contabile, uno stipendio medio-basso, conduce un’esistenza senza vizi. È, in sostanza, quel che giornalisti e psicologi definivano all’epoca (siamo nel 1965) un “francese medio”: un prodotto della civiltà moderna, un individuo banale privo di originalità, incapace di distinguersi dalla massa e riscattarsi da una condizione modesta. Non che l’ambizione sia mai stata di casa nella famiglia del buon Pierre: suo padre e sua madre hanno condotto una vita di sacrifici e privazioni, attendendo con ansia, e con grande sfoggio di servilismo, l’evento che si supponeva avrebbe cambiato loro la vita: l’eredità dell’allegra e libertina zia Justine, finita poi a sorpresa nelle tasche della Chiesa Cattolica, la quale non disdegna mai le offerte generose benché provengano dalle mani di una peccatrice. Occuparsi della serenità di sua madre, una volta rimasta vedova, è stata l’unica felicità di Pierre, addolorato per tutte quelle speranze andate in fumo; va da se, che una volta venuta a mancare anche lei, l’uomo si sia sentito inutile e smarrito, senza scopo alcuno. Ed è proprio in questo smarrimento che si intrufola Marie, una sorta di suo alter ego, un’anima persa che oltre a non concepire l’idea di futuro, non ricorda niente neanche del suo passato. Aiutarla ad uscire dall’oblio è una sfida pericolosa, ritenuta quasi impossibile persino dalla scienza, ma Pierre la intraprende con coraggio e perseveranza, seppur ignaro di quale possa essere il risultato. L’inedita storia di Pierre e Marie è una storia delicata ed elegante, a tratti suggestiva, scritta da Gajto Gadzanov (1903-1971) nato a San Pietroburgo ed emigrato a Parigi nel 1920, considerato il più interessante autore russo dell’emigrazione europea; al suo attivo nove romanzi, alcuni dei quali tradotti in inglese, francese e tedesco.



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