Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole
Benvenuti nel mondo di Rogers. Cinque capitoli e mille fasi nella vita del protagonista, dal nome forse ispirato a Roger Waters dei Pink Floyd. È infatti “The Wall” a fare da sfondo, con le parole dense di significato del suo testo, alla parabola a tratti ascendente e poi discendente della vita di questo strano giovane. I primi flash che Rogers ci offre riguardano il periodo scolastico e l’organizzazione di questa fantomatica rivoluzione degli studenti, ma riguardano anche il suo lavoro come pilota del robot Mcfeer, la sua famiglia, madre nonno e zio, in sfocati ricordi che a tratti includono anche Gamila, la donna con cui Rogers fa l’amore.  Scorci di guerra e di Rogers bambino terrorizzato dai boati, e poi inizia la fase adolescenziale, dove emerge il rapporto col nonno malato e poi con Amm Ahmed, lo zio che altri non è che la balena che con un fendente scaraventerà il drago al centro del Sole, che lo incenerirà. Da qui il nome della “Via del Drago divorato dal Sole”, perché fu proprio lì che la Terra inghiottì il drago. Ma compare ancora Gamila al-Muhàyya, la donna che gli stritolerà il cuore, e poi ancora visioni e alcol e psicofarmaci, e altre donne che occuperanno il letto di Rogers, e poi barlumi di città. Rogers che con la forza del pensiero fa crollare i palazzi, e Rogers che in guerra soccorre i civili, e poi il muro, il muro dell’incomunicabilità, il muro che ci sepra dal mondo dionisiaco dove le donne si concedono, ogni cosa è più facile, e il muro che lo tiene imprigionato nella via dove il cadavere del drago giace seppellito sotto gli edifici, la zona edificata da Amm Ahmed. E infine Rogers che diventa adulto, il suo matto coinquilino Yaqùb, e ricordi continui che fanno perdere il senso del tempo e dello spazio. Ritorna Gamila, ritorna Rogers adolescente, per poi balzare alla sua vecchiaia, ad un’altra storia d’amore, e ancora l’adolescenza, la taciturna Sulàyma, il nonno con i suoi chiodi di garofano sul comodino, l’università e alla fine il presente, con Rogers che lavora come guardiano del parapetto che dà sul mare. La fine del ciclo vitale, o del sogno di ciò che c’è al di la del muro?...
Ahmed Nàgi fa parte di una categoria ben precisa di autori, quelli che noi egiziani chiamiamo “generazione dei blogger”, termine improprio, riduttivo, ma che in una società ammuffita e stantia come quella egiziana restituisce il giusto vigore (parliamo di un paese con una popolazione giovanissima e un tasso di alfabetizzazione ancora troppo basso). Nàgi fa parte di una generazione di “illuminati” che non teme, non nasconde, non finge. Molti erano in piazza Tahrir, a fare qualcosa chiamata proprio “sawra”, rivoluzione. Nàgi si può permettere di perdere parole, e pagine, a parlare degli effetti che le donne, e le immagini della propria fantasia provocano sul membro di Rogers, e lo fa per amore di poesia, e bando ai perbenismi. Questo libro onirico non ha tempo, non ha spazi, non ha un senso compiuto: come un buon blogger Nàgi ci offre una serie di post che nel loro insieme descrivono perfettamente il loro autore, sebbene siano spesso scollegati e quasi incoerenti l’uno con l’altro. La lettura è confusa, incerta, scivolosa, la sbornia è colossale: pare proprio che oltre all’ascolto di “the Wall” consigliato dall’autore serva quasi quell’ubriacatura dei sensi che l’alcool e gli psicofarmaci inducono in Rogers. Ed è in fondo che questa storia, comunque la si voglia chiamare, non è altro che vita diluita in immagini e pensieri e un anelito infinito di libertà, sotto la guida ideale di Roger Waters, cosa che nulla pare c’entrare con la società egiziana, ma è un’ottima evasione da una realtà molto meno suggestiva e libera di questa strana, sconclusionata storia.

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