Roma, non basta una vita

Di che sfumatura è esattamente il rosso delle case del centro di Roma? Qual è il mistero dietro al ritrovamento nella località portuale di Fiumicino di ben cinquanta enormi colonne di granito di epoca romana tutte uguali, in perfette condizioni e mai utilizzate? Che atmosfera si respirava negli anni ’30 tra le bancarelle di libri usati della piazzetta del Paradiso, a due passi da Campo de’ Fiori? Quanti sanno che nel 1455 fu costruita a Trastevere e varata una flotta di ben 25 navi da guerra, 16 galere, 6 fuste, 1 galeazza e altre imbarcazioni al comando del cardinale Scarampo che contribuì a sbaragliare la flotta di Maometto II nel Mare Egeo? Di questo e altro - fossili, malaria, chiese, cinema, foreste, nazisti e partigiani, per esempio - si occupano questi 88 brevi articoli pubblicati dal giornalista Silvo Negro soprattutto sul “Corriere della Sera” (testata per cui fu a capo della redazione romana) ma anche sulle riviste “Risorgimento liberale”, “Epoca”, “Lettura” e su volumi della serie “Strenna dei romanisti” tra 1933 e 1959…
La leggenda vuole che Negro, nato in Veneto nel 1897 in una famiglia contadina della zona dei Monti Lessini, si sia innamorato di Roma leggendo da bambino una piccola guida turistica acquistata dal padre in occasione di un suo breve viaggio nella Capitale per l’Anno santo 1900. Un bizzarro segno del destino per quello che è stato il primo “vaticanista” della storia. Nato su progetto di Orio Vergani e curato da Carlo Laurenzi ed Enrico Furst, che selezionarono il materiale tra l’enorme produzione di Negro, questo bel volume (già edito da Neri Pozza nel 1962) ci porta indietro nel tempo, a una Roma piccola e poco abitata (oggi che brulica di 6 milioni di persone più turisti e pendolari ogni giorno pare incredibile che avesse circa 200.000 abitanti nel 1870 e circa 700.000 nel 1922), esplorata dallo sguardo raffinato e garbato dell’autore, capace di “(…) quel lieve cambiamento dell’obiettivo” che “ti rivela preziosi e insospettati elementi, ti scopre lì accanto edifici minori ma squisiti che tu, reso cieco dall’abitudine, non avevi mai visti” oppure fa sì che un monumento celebre ti esca “dall’inquadratura stereotipata del luogo comune per acquistare immediatezza e umanità”.

 

 

 

 
 
 
 
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