#RomaBarzotta 2

#RomaBarzotta 2

Tutte le strade proverbialmente portano a Roma. E quelle strade, quale più quale meno, sono strapiene di prostitute. Come per esempio la Salaria, l’Aurelia fino al Grande Raccordo Anulare, sempre più buio e abbandonato a sé medesimo, e la Cristoforo Colombo, lungo i cui cigli le lucciole occupano tutte le fermate degli autobus e le piazzole dei benzinai dalle Terme di Caracalla fino all’Eur sia da un lato che dall’altro. Ci sono state tante battaglie di quartiere cavalcate in un modo o nell’altro dalla politica. La giunta Marino è arrivata a ipotizzare l’istituzione di un quartiere a luci rosse. Ma di fatto nulla è mai cambiato, prostitute e clienti stanno sempre lì. Come in via del lido di Castelporziano: decine di passeggiatrici sulla strada che attraversa la pineta collegando la Colombo alla Litoranea e che confina con la riserva del Presidente della Repubblica. Roba da non crederci. Vicino alla Casa Bianca o a Balmoral, per dire, sarebbe impensabile… Anni fa l’ex presidente del municipio di Ostia Paolo Orneli per cercare di risolvere l’imbarazzante problema vietò il traffico alle auto. Il risultato? I clienti cominciarono ad arrivare in bici. E ora sono diventate un elemento del panorama capitolino. Si vedono anche su Google Maps. Il biglietto da visita in tutto il globo…

La città con la buca intorno, così viene chiamata. Ed è proprio vero. È la capitale d’Italia nonché culla della cristianità, ma è vittima della totale assenza di senso civico di molti dei suoi abitanti e della latitanza degli amministratori (e i nomi degli ultimi cinque sindaci campeggiano come destinatari della dedica in esergo), che spesso fanno a gara a chi è più incompetente e privo di buon senso. E il peggio, è noto, non è mai morto. È uno dei luoghi più belli del mondo, i turisti, nonostante tutto, la adorano, eppure viverci è sempre più difficile. Ma c’è ancora speranza. È brulicante di veracità e di umanità, è la città dove mettono le transenne e poi cominciano a lavorare all’asfalto sei mesi dopo se tutto va bene, dove fa quattro gocce e si allaga qualsiasi cosa, dove non c’è un lampione che sia uno che faccia luce o un tombino che tiri, dove ciò che è pubblico sembra essere non di tutti, ma di nessuno. È la metropoli della cultura, internazionale e insieme provinciale, congestionata dal traffico ma se non hai auto o scooter spesso ti è proprio impossibile muoverti, anche perché gli autobus e le metro fanno pena – e lo slalom tra i rifiuti abbandonati – e non passano mai. È la città eterna e l’eterna incompiuta, sempre barzotta. Sì, come il pene non completamente eretto, che se ne resta lì incerto sul da farsi. Mai definizione fu più azzeccata, e dire che appunto, come ricorda anche Ivan Cotroneo in Cronaca di un disamore, quell’aggettivo è sempre stato legato a un sostantivo solo, che di cavernoso ha i corpi e non la voce… Davide Desario raccoglie in una riuscitissima antologia – bella l’introduzione di Malcom Pagani – i suoi nuovi, splendidi, ironici, schietti, icastici, perfetti ritratti di Roma e della romanità, e dunque, ampliando il quadro, dell’italianità e di una certa umanità fatta di luoghi comuni, prepotenze e tenerezze, comparsi sulle colonne della rubrica Senza Rete della cronaca di Roma de “Il Messaggero”, il quotidiano romano per eccellenza sin dal 1878, tra il 2015 e il settembre 2017. Una finestra sul reale a cui fa bene affacciarsi per ricordarsi che lo stato siamo noi, e che tutti abbiamo maniche che possiamo rimboccarci.



 

 

 
 
 
 

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