Romanzo musicale di fine millennio

Romanzo musicale di fine millennio

Il Clown e il Poeta sono il filo conduttore di questa lunga panoramica sulla musica e i suoi protagonisti, sul cabaret e il teatro dagli anni ’60 ad oggi. Il Poeta lo perdiamo di vista quasi subito, lasciato alla sua vita: lo ritroviamo in sporadiche apparizioni, è il Clown che, con la sua ossessione – mettere in scena un musical, nonostante sia un cantautore laureato in ingegneria ‒ ci accompagna, o meglio si fa accompagnare da noi nel suo peregrinare fra il salotto di un artista e il camerino di un altro, da un bar di periferia a lussuosi uffici in pieno centro passando per uno studio di incisione e le vissute tavole di legno di più di un palcoscenico. Come un’ostetrica sempre presente in sala parto, ci racconta gli esordi e i primordi di carriere poi diventate sfolgoranti, la nascita di case editrici musicali, la genesi di spettacoli che ancora oggi sono nella memoria collettiva. E intanto porta in giro le sue canzoni cercando di piazzarle, collezionando rifiuti e proposte diverse da quello che vuole fare lui: continuando a sognare un musical. A casa di Gaber o del nobel Dario Fo, sul palco dello Zelig a fare il paroliere, il produttore, il musicista e interpretando dio solo sa quanti ruoli, quel ruoli spesso sconosciuti fuori dall’ambiente che compongono il mondo dello spettacolo…

Dichiaratamente autobiografico, questo romanzo del cantautore e scrittore milanese Giangilberto Monti ‒ che in realtà sembra più un saggio musicale alleggerito dalle vicende personali del narratore ‒ diventa spesso paradossale e surreale, soprattutto quando racconta di personaggi che sopra le righe lo sono stati di sicuro e a ben vedere lo sono ancora. I salti spazio-temporali, illustrati nelle “Note Storiche” poste alla fine di ogni capitolo che costituiscono quasi dei capitoli a loro stanti, rendono difficoltoso seguire le vicende narrate, così come l’uso decisamente eccessivo di neologismi. Difficile da apprezzare la licenza poetica che l’autore si arroga di indicare tutti ma proprio tutti anteponendo il cognome al nome, dopo anni in cui ci si è impegnati a spiegare che ci si presenta ci si firma e si nomina qualcuno con nome e cognome. Ma si sa, i vezzi sono vezzi. Last but not least, l’uso esclusivo della locuzione “italiota” al posto di “italiano”. Letteralmente indicherebbe un abitante dell’antica Magna grecia, più spesso è usato ‒ come da dizionario ‒ con intenzione spregiativa, per indicare l’uomo che impersona i difetti nazionali. Non si capisce quindi se l’autore intendesse sbeffeggiare l’intero parterre artistico nazionale o se semplicemente questo tormentone gli sembrasse divertente: ciò che è chiaro purtroppo è che questa scelta stilistica riesce solo, almeno alle mie orecchie, ad essere fastidiosamente cacofonica.



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