Romeni

Romeni
Immaginate il famoso quadro di Pellizza da Volpedo, che rappresenta il proletariato come una folla eterogenea e colorata; oggi, a quella folla, dovremmo aggiungere i volti degli stranieri che, nel nostro Paese, superano ormai (almeno quelli regolarmente censiti) i cinque milioni. In una Italia sempre in pericoloso calo demografico, i “nuovi italiani” costituiscono non solo un’importante e irrinunciabile forza lavoro ma anche una bella iniezione di giovinezza, basti pensare che uno straniero su due ha un’età fra i 18 e 39 anni. Secondo la Caritas/Migrantes, nel 2020 la popolazione italiana supererà largamente le sessantamila unità e tale numero sarà dovuto soprattutto alla presenza di stranieri regolarmente residenti. In questo quadro multiforme e in continua evoluzione, si colloca la “questione romena”. Secondo i dati Istat del 2009 la comunità romena contava in Italia 780mila residenti, ovvero il 24% in più dell’anno precedente; è interessante notare che nel 1990 i romeni erano solo 8.000. Dal primo gennaio 2007, con l’entrata della Romania nella Comunità Europea, questi immigrati sono a pieno titolo cittadini comunitari. I romeni, che rappresentano circa il 18% della popolazione straniera, sono dislocai un po’ in tutte le regioni italiane, anche se Roma resta il polo d’attrazione principale, con sconfinamenti nelle vicine città laziali come Fara Sabina, Civitavecchia, Viterbo, Latina. In genere i romeni sono impiegati perlopiù nell’edilizia (gli uomini) e come colf o badanti (le donne). Un altro dato interessante è che la Romania è il paese leader fra i nati con padre italiano e madre straniera, tale dato – sempre secondo l’Istat – ci dimostra che la comunità romena non è necessariamente “omogama”, ovvero non propende, come altre comunità straniere, a formare la famiglia tra connazionali e tende di più a essere “endogama”, cioè bendisposta anche a matrimoni misti. Insomma, la comunità romena, mira più all’integrazione che all’autoconservazione… 
Nonostante queste caratteristiche di apertura e di vicinanza culturale con l’Italia (si pensi solo all’origine neolatina di entrambe le lingue) è innegabile che i romeni vengano ancora guardati con molti pregiudizi dagli italiani. Recenti e orribili fatti di cronaca, che hanno avuto come protagonisti immigrati romeni, non hanno certo contribuito a stemperare tale tendenza. Ma può bastare una minoranza di romeni che delinquono a mettere in cattiva luce un’intera comunità? Naturalmente no. Senza dubbio una violenta campagna di stampa, portata avanti da giornali vicini alla destra più xenofoba, ha fatto sì che certi pregiudizi attecchissero in quella parte di opinione pubblica più vulnerabile e meno attrezzata culturalmente. Se si analizzano i dati sulla criminalità è facile constatare che l’equazione “più immigrati romeni uguale più reati commessi da romeni” ovviamente non regge. L’efferato omicidio Reggiani, avvenuto nell’ottobre del 2007 nella stazione di Tor di Quinto a Roma, ad opera di un romeno, ha dato il via a una sorta di psicosi collettiva, basata anche sull’equivoco (spesso alimentato ad arte) che romeni e rom fossero la stessa cosa. In realtà, dati governativi del 2009 dimostrano che, su quasi un milione di romeni residenti in Italia, tremila persone circa si trovano nelle nostre carceri. Sono dati decisamente in contraddizione con la tesi per cui i romeni sarebbero dei “delinquenti naturali.” Le informazioni contenute in questo importante saggio fanno luce su una realtà troppo spesso mistificata e, attraverso interviste e testimonianze dirette, si rende giustizia a una popolazione che dichiara di avere ottimi rapporti con i propri vicini di casa (il 92%) e che parla bene l’italiano (94%). Resta solo un’amarezza: gli italiani che nutrono pregiudizi nei confronti dei romeni difficilmente sentiranno il bisogno di leggere questo libro e continueranno a rimanere vittime della propria chiusura mentale.

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