Romeo e Giulietta

Romeo e Giulietta

Verona, la piazza davanti a casa Capuleti, quattordicesimo secolo. Entrano Sansone e Gregorio, con spade e scudi. “Gregorio, parola mia, non terremo la coda fra le gambe”. “No, o saremmo dei codardi”. Non vedono l’ora di combattere, di farsi valere, di agire, di contrastare gli avversari, quelli che insultano e dileggiano, quelli che chiamano con disprezzo cani. Si rivolgono fra di loro battute da caserma mentre arrivano Abramo e un altro servitore, Benvolio e Tebaldo, un parente del loro signore, e infine tre o quattro cittadini, armati di mazze, che invocano a gran voce la morte sia per i Capuleti che per i Montecchi, che con la loro disputa inconciliabile stanno mettendo a ferro e fuoco tutta Verona, nel malessere generale. Si palesano sulla scena altri personaggi, e poi, finalmente, giunge il principe, Escalo, accompagnato dal suo seguito: “Sudditi ribelli, nemici della pace, che profanate le spade con il sangue cittadino… Non mi ascoltate? Ehi, voi! Uomini, bestie, che per estinguere il fuoco della vostra rabbia funesta lasciate sgorgare fontane rosse dalle vostre vene! Pena la tortura, gettate a terra le armi stizzose da quelle mani insanguinate e ascoltate la sentenza del vostro Principe adirato. Voi, vecchio Capuleti, e voi, Montecchi, le vostre parole dissennate hanno già acceso tre baruffe cittadine, e hanno disturbato per tre volte la pace delle nostre strade, costringendo gli anziani cittadini di Verona ad abbandonare le loro vesti dignitose e a spingere le loro vecchie mani a brandire delle altrettanto vecchie partigiane arrugginite dalla pace, per dividere voi, arrugginiti dall’odio. Se oserete turbare ancora le nostre strade, pagherete con la vita il prezzo della pace. Per questa volta passi, disperdetevi. Voi, Capuleti, verrete via con me adesso, mentre voi, Montecchi, mi raggiungerete stasera, nella vecchia Villafranca, dove si trova la nostra corte di giustizia, per conoscere la mia sentenza su quanto avvenuto. Ripeto: pena la morte, tutti si disperdano.” E mentre la piazza si svuota, ci si domanda chi abbia riacceso questa antica e insensata contesa…

 

 

I Montecchi e i Capuleti sono due famiglie acerrime rivali nella Verona a cavallo tra tredicesimo e quattordicesimo secolo (ne parla già Dante nel sesto canto del Purgatorio), l’epoca delle signorie, della guerra civile tra guelfi e ghibellini, delle risse in strada che coinvolgono anche i servi. Romeo è un Montecchi, Giulietta una Capuleti. Sono due ragazzi. Si innamorano ma non possono stare insieme. Il sentimento è osteggiato dalla società, ma loro sono pronti a tutto pur di poter vivere felici l’uno accanto all’altra: ordiscono un piano. Che essendo di rara assurdità come solo sanno esserlo le cose che si fanno quando si è giovani e si pensa che la locuzione “per sempre” rappresenti davvero l’eternità – poi passa, per fortuna… – fallisce miseramente e i due ci rimettono le penne, uniti dalla morte quando la vita li voleva divisi. La storia è la più celebre di tutte, ha ispirato il teatro, il cinema, la televisione, la musica, i fumetti. È il paradigma dell’amore tragico. È, in realtà, semplicemente la più fortunata – composta tra il 1594 e il 1596, versioni precedenti sin dal quindicesimo secolo si debbono a Masuccio Salernitano, Luigi Da Porto, Matteo Bandello, Pierre Boaistuau e Arthur Brooke – delle riletture di un archetipo che esiste dalla notte dei tempi: la legge del cuore non si sottomette a quella del potere. Mutatis mutandis, è Antigone. Qui in realtà il primo dei riferimenti che viene in mente è la storia di Piramo e Tisbe, i due innamorati eternati da Ovidio che sono costretti a parlarsi attraverso una breccia nel muro. Vicenda che lo stesso Shakespeare, che come tutti i grandi autori cita sé stesso a ogni piè sospinto, avendo temi che gli sono cari e dunque ricorrono nelle sue opere, fa interpretare ai guitti che devono allietare le nozze di Teseo e Ippolita in Sogno di una notte di mezza estate. Una storia potente ancora oggi, che fa mettere migliaia di turisti in fila per ore a Verona che non ne è la vera location sotto a un balcone che è un marchiano falso storico, come ricorda, fra l’altro, nella sua bella prefazione a questa agile edizione l’arguto Emanuele Trevi, un’allegoria persino ironica di tutti i grandi e sempiterni temi dell’esistenza umana, che fa riflettere su come certe chiusure mentali dettate dal mero calcolo siano esiziali per l’intera società e il suo progresso e sviluppo.



 

 

 

 
 
 
 

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