Rondini per formiche

Rondini per formiche
La felicità, quella fatta delle piccole cose, aveva trovato dimora in casa Ciabatti solo per pochissimo tempo. Per il resto, per i troppi anni a contorno, avevano comandato il buio e la mancanza. Tommaso e Nicole sono fratelli, lui nasce nel 1980, lei qualche anno dopo, hanno genitori che si sono amati, cercati e rispettati fino al momento in cui qualcosa si è rotto. Quel qualcosa coincide con i frequenti viaggi a Torino del padre, Alfonso, un uomo complicato, per lo più assente tanto per i figli quanto per la moglie, Anita, madre e compagna integerrima che pagherà tragicamente questa sua intransigenza nei confronti della vita. A Rora Laziale Tommaso e Nicole trascorrono la loro infanzia e parte dell’adolescenza: studiano, leggono molto, si nutrono di grandi sogni ma restano nei fatti “creature periferiche”. La tristezza e la depressione della madre, costretta alla solitudine dalle frequenti assenze del padre, finiscono per segnare entrambi e li conducono a scegliere strade diverse da quelle che i genitori avevano pensato per loro. Sono gli anni difficili della guerra in Iraq, del crac Parmalat, delle bottiglie d’acqua avvelenate, è il 2003 e Tommaso si laurea. La sua casa adesso è a Roma dove vive con Luca, un amore che nasce dalle ceneri di un passato di cui Tommaso fatica a liberarsi ma che sembra porre le basi per un nuovo percorso di condivisione. Gli anni passano, Alfonso muore, Tommaso e Nicole decidono di tornare a casa dalla madre. Quello che trovano non è che il riflesso sbiadito di una vita ai margini, Anita, rinchiusa come una regina nella sua “fortezza prigione”, in pochi mesi perde qualsiasi autonomia fisica e mentale. La sua composta follia, il suo dolore fatto di grandi silenzi, sempre in bilico sull’orlo di un precipizio, daranno ai due fratelli l’occasione per ripercorrere le strade del passato e affrontare finalmente un presente difficile a cui, adesso più che mai, diventa necessario non sottrarsi…

Giorgio Ghiotti, astro nascente nel mondo del romanzo, giovanissimo esordiente con la raccolta di racconti Dio giocava a pallone già nel 2013, poi poeta, autore della silloge Estinzione dell’uomo bambino (Giulio Perrone, 2015), torna nuovamente per i volponi di Nottetempo con una narrazione sorprendente. La storia della famiglia Ciabatti, in fondo, è la storia di una famiglia come tante, con qualche luce, con molte ombre, chiaroscuri dimenticati in mezzo ad un’esistenza fatta di sottrazioni. Eppure c’è qualcosa tra queste pagine così intense che le rende un percorso unico, un viaggio doloroso certo, ma anche il modo in cui il concetto di famiglia viene celebrato e messo in salvo. Anita e Alfonso sono genitori con grandi fragilità, senza dubbio miopi, in una provincia che arretra di fronte alla moderna apertura della così vicina capitale. Il loro amore è esistito ma non ha resistito di fronte alle più coraggiose ambizioni dei figli. La fuga di Alfonso è il modo per non ammettere di aver fallito come padre, come marito e come uomo, rinchiuso in una farsa patetica, fatta di mancanze dentro le mancanze. Anita tenta di tenere il passo, manda i figli da un’amica psicologa ma non si accorge che la loro emancipazione è già avvenuta molto tempo prima, all’ombra delle troppe finzioni, sotto il peso di quei tradimenti. Tommaso sogna qualcosa di grande, ama la letteratura di Flaubert, di Gombrowicz, la solitudine di un uomo descritta così magistralmente da Isherwood, sceglie quasi sempre le strade più difficili, forse convinto com’è che nella vita sia sempre meglio barattare “una rondine morta con una formica cieca. Tanto il mondo se si può si vede, se no s'inventa". A suo modo cerca di essere felice e per farlo non smette di rincorrere una chimera fatta di mille nodi da sciogliere e ancor più numerosi tasselli da ricomporre. L’abbandono che segna la sua esistenza, i silenzi “pieni di un miliardo di intenzioni e occasioni che potrebbero andare perdute”, la malattia della madre, la morte del padre, gli insegnano “a lasciare andare, ad accettare anche il rischio di perdersi”, lo abituano al male ma sviluppano anche una resistenza al dolore che lo salverà. Lui che da bambino si sentiva “pianta e foresta”, e metteva radici nel parquet della sua cameretta, lui che ha vissuto i giorni bui della battaglia e della vergogna, quelli più cupi, se possibile, degli addii e degli inganni, riesce a preservare la parte migliore di se e a fare in modo che la luce prenda definitivo possesso delle sue stanze. Tommaso è lucido, onesto, solo, un uomo cresciuto in fretta, accanto al cuore disilluso e ammaccato di una sorella-corteccia che lo protegge e gli restituisce quel senso di comunità a lui così necessario. Perché se è vero che “non ci si deve aspettare mai niente, se si vuole essere felici”, esiste sempre un momento in cui ogni cosa sembra trovare un ordine ricomposto. Si può tentare una tregua con quello che siamo stati, con ciò che ci ha ferito, con tutto quello contro cui abbiamo sempre combattuto, compresi noi stessi. E la chiave sta proprio nell’accettare e perdonare perché in ogni vita, anche la più scema, esiste il privilegio assoluto di una bellezza che non fa male.

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